Stop all’educazione sessuale a scuola: cosa prevede il Ddl Valditara e chi sta resistendo

Stop all’educazione sessuale a scuola: cosa prevede il Ddl Valditara e chi sta resistendo

Con 78 sì e 38 voti contrari, lo scorso 4 giugno, in un’aula dimezzata, in sordina e a fine anno scolastico, è stato definitivamente approvato al Senato il Ddl Valditara, una legge che regolamenta l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole italiane in modo molto restrittivo: la vieta di fatto nelle scuole dell’infanzia e primaria, sottoponendola invece nelle scuole secondarie al consenso informato scritto dei genitori, con obblighi burocratici molto stringenti su contenuti, materiali, finalità e presenza di esperti esterni. Il Ministro dell’Istruzione e del Merito Valditara ha rivendicato in seguito questa impostazione, affermando che la legge punta a “tutelare i bambini dalla confusione della propaganda gender” e a “ridare voce ai genitori sulle tematiche dell’identità di genere per i figli adolescenti minorenni”. Ma che cosa è questa “propaganda gender”? 

(Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta su Valigia Blu in 10 giugno 2026)

Il mito dell’“ideologia gender” non nasce in Italia. I Gender studies (Studi di genere), sviluppatisi negli USA negli anni ’70, analizzano il genere come fenomeno sociale e culturale, mettendo in relazione identità, potere e disuguaglianze, contestando la presunta neutralità del sapere e finendo per smuovere le fondamenta epistemologiche delle discipline in tutto il mondo. Verso la fine degli anni ’90 questo campo di studi è stato oggetto di una crescente opposizione da parte di movimenti “anti-gender” (quali Manif pour TousProVitaGiuristi per la vita), sostenuti da istituzioni religiose (ambienti del Vaticano e del cattolicesimo conservatore) e movimenti politici dell’ultradestra. 

In questo processo, un insieme di ricerche accademiche è stato trasformato in una narrazione semplificata e manipolata: quella di una presunta “ideologia gender” vista come minaccia ai valori tradizionali, alla famiglia e all’ordine sociale. Questa costruzione retorica associa spesso il gender a un progetto politico globale (il “Nuovo Ordine Mondiale”) immaginato come imposto da organizzazioni internazionali come l’OMS e l’ONU e ONG come l’UNICEF, con l’obiettivo di destabilizzare la società attraverso un’agenda politica che, sotto la maschera di concetti progressisti come libertà, tolleranza, uguaglianza, diversità, pari opportunità,  uguaglianza di genere, nasconde in realtà la volontà di smantellare le fondamenta delle società occidentali, minacciando l’”ordine naturale” fondato sulla famiglia (eterosessuale), sulla sessualità e su ruoli di genere “tradizionali”. 

È in questo percorso tortuoso che il concetto scientifico di genere si trasforma nella cosiddetta “ideologia gender”, presentata come un nemico per delegittimare le politiche di inclusione e parità, in una reazione conservatrice all’avanzamento dei diritti, un vero e proprio colpo di coda (backlash) sostenuto attraverso riferimenti ai principi tradizionali dell’etica cristiana, come la differenza sessuale, la famiglia eterosessuale e la condanna dell’omosessualità, perseguendo il sogno illusorio di un ritorno a un ordine patriarcale “naturale”, una “tradizione” che può essere ristabilita solo grazie a uno Stato forte. 

La forza del discorso anti-gender deriva anche dall’aver individuato un nemico dai contorni indefiniti. È difficile contrastarlo perché basta una sola parola per evocarlo (il gender, parola non a caso non tradotta all’estero, come è stato sottolineato da Judith Butler) e pochi slogan per condannarlo, mentre per smontarne i presupposti servono spiegazioni complesse che non sempre trovano ascolto. Questo approccio ha favorito una crescente alleanza tra istituzioni religiose e forze politiche conservatrici, soprattutto negli USA, in Russia, dove il gender è diventato motivo di minaccia alla sicurezza nazionale, in America latina, soprattutto nel Brasile di Bolsonaro, nella Polonia di Morawiecki e nell’Ungheria di Orban.

L’erosione dei diritti LGBTQIA+ in Europa

In Italia il movimento anti-gender si è rafforzato durante il Congresso mondiale delle famiglie nella primavera del 2019 a Verona, momento che consacrò il patto tra integralismo cattolico e destra partitica, rappresentata al Congresso dal vicepremier Salvini, il ministro per la Famiglia Fontana, il presidente della Regione Veneto Zaia. In seguito Meloni, Salvini e Berlusconi sposarono, durante la campagna elettorale del 2022, i punti programmatici anti-gender sottoscrivendo il programma del gruppo ProVita& Famiglia e del MOIGE di ostacolare ogni proposta di legge su omotrasnfobia, riconoscimento delle unioni omosessuali, adozioni da parte del partner del genitore biologico, gestazione per altri, adozioni da parte di single o coppie dello stesso sesso e il contrasto al famigerato gender nelle scuole. Con la nomina nel 2022 di Eugenia Roccella al Ministero della Famiglia, della Natalità e dell’Uguaglianza partì una vera e propria offensiva contro le persone LGBTQIA+ e le famiglie arcobaleno

Come i movimenti anti-scelta si stanno infiltrando nelle scuole

Anche negli USA è il 2022 l’anno che registrò un numero esponenziale di disegni di legge in materia, definiti in gergo dai movimenti di opposizione Ddl “Don’t Say Gay”, giustificati con versioni caricaturali dell’educazione sessuale, trasformata in potenziale forma di abuso e tentativo di seduzione nei confronti dei minori e di espediente per convertirli all’omosessualità e alla transessualità. In prima linea troviamo soprattutto il governatore della Florida Ron De Santis, che attraverso Il Parental Rights in Education Act proibì nelle scuole dell’infanzia e parte della primaria di trattare temi come l’orientamento sessuale e l’identità di genere. In seguito a questa legge si verificarono minacce di morte per chi nelle scuole insegnava educazione sessuale e di genere, licenziamenti e dimissioni forzate, insieme ad accuse di grooming (adescamento se non pedofilia). 

In effetti gli slogan anti-gender (“Leave Our Kids Alone“, “Stop Gender Ideology” e “Parents’ Rights“) smuovono tuttora paure e ansie causate dalla crisi della famiglia, dalla perdita di punti di riferimento legati all’identità maschile, dal timore di nuove forme di controllo sociale, dai cambiamenti nei rapporti di potere, dalla riduzione dell’autorità maschile nella famiglia e nella politica al declino della supremazia bianca e dei nazionalismi tradizionali in Italia come in tutto il mondo, che si intrecciano alle insicurezze generate dalle crisi contemporanee, dalla devastazione ambientale alla guerra, dall’espansione dei poteri repressivi alla crescente precarietà economica. Il movimento anti-gender tenta di ripristinare un ordine patriarcale idealizzato, dove il Padre è la figura centrale, le identità sessuali sono immutabili, le donne sono confinate ai ruoli familiari tradizionali, contraddistinto da una gerarchia razziale indiscussa. 

L’identità di genere spiegata a chi pensa di non averne una

Il Ministro Valditara ha aggiunto nei giorni scorsi che “non è vero che non si farà educazione sessuale in senso biologico: continuerà a farsi nei programmi di scienze in tutti i gradi di scuola”. Anche queste parole meritano un’attenta analisi. L’Italia era già uno degli ultimi Stati membri dell’Unione Europea in cui l’educazione sessuale non è obbligatoria a scuola (in Svezia la svolgono già dal 1955). Uno dei modelli migliori, promosso da organizzazioni come UNESCO, UNNFPA, WHO, UN Women e UNICEF) è il Comprehensive Sexuality Education. Sperimentato in Olanda dalla fine degli anni Ottanta, è un progetto che punta a un modello educativo fondato su diritti umani, giustizia di genere e inclusione pensato per promuovere l’autonomia, il pensiero critico, l’empatia e la capacità di scelta consapevole secondo un percorso graduale (che parte dai 3-5 anni), scientificamente fondato e adattato all’età, volto a non considerare solo gli aspetti sanitari ed emergenziali – gravidanze indesiderate, malattie sessualmente trasmissibili e comportamenti violenti e sessisti – ma che mira a trattare il tema sessualità in modo complesso e olistico, parlando di emozioni, relazioni, consenso, rispetto reciproco e delle differenze, desiderio, identità e sviluppo personale, prevenzione delle violenze, educazione digitale e sexting. 

Pensare di fare educazione sessuo-affettiva solo nei programmi di scienze, relegandola a una descrizione dell’apparato riproduttivo è un’offesa all’intelligenza di chi legge. Il divieto di attivare percorsi di educazione sessuo-affettiva nella scuola dell’infanzia e primaria è un enorme errore strategico. È in quegli anni che si mettono le basi e si impostano i modelli delle future relazioni, imparando a riconoscere le emozioni, a conoscere il proprio corpo e le sue parti, usando termini corretti, a distinguere tra contatti graditi e non graditi, a chiedere e rispettare il consenso nelle interazioni quotidiane (“posso abbracciarti?”), a rispettare le differenze tra le persone e le famiglie, a sviluppare l’autostima e la consapevolezza dei confini personali. 

Già nelle Linee guida per l’educazione civica emanate dal Ministro all’avvio dell’a.s. 2024/25 il tema violenza contro le donne era trattato in modo inefficace, come un problema comportamentale individuale, senza vederne le radici sistemiche in una struttura culturale e sociale impostata sul patriarcato, parlando in modo generico di educazione al rispetto o alla “gentilezza”. Le Linee guida propongono inoltre, dietro un linguaggio patriottico e apparentemente inclusivo, una visione di cittadinanza che rivela tratti di colonialismo culturale e razzismo sistemico, perpetuando una logica assimilazionista piuttosto che valorizzare la pluralità e le differenze come processo dinamico, relazionale e partecipativo. 

In un’altra circolare emanata a marzo 2025, il ministro Valditara ha sentito inoltre la necessità di vietare l’uso dell’asterisco, dello schwa e di altri simboli di linguaggio inclusivo nelle scuole, con la motivazione di “tutelare la lingua italiana”, ignorando del tutto il dibattito sul maschile sovraesteso e l’occasione che la proposta di utilizzo di questi simboli offrirebbe per una riflessione profonda sul legame tra lingua, uguaglianza e cambiamenti sociali. 

Infine, questa legge, rievocando un presunto “primato educativo della famiglia”, tenta di delegittimare l’autorevolezza e la professionalità di chi insegna a scuola, incrinando il rapporto di fiducia tra scuola e famiglie, di fatto lasciando da sole queste ultime, in un momento storico particolarmente complesso, nell’illusione che tutte loro condividano valori universalmente accettabili (mentre è noto che alcune famiglie possono veicolare valori come sessismo, omofobia, razzismo e intolleranza religiosa, oppure modelli educativi basati su autoritarismo e controllo patriarcale, che tendono a privilegiare la sottomissione e le gerarchie piuttosto che l’autonomia e la libertà individuale) o che abbiano gli strumenti per fronteggiare la complessità di una realtà che evolve a velocità esponenziale, grazie al web, ai social e all’IA.

Educare alle relazioni: tutte le falle del piano del governo Meloni e del ministro Valditara

È proprio in questi casi che la scuola ha il dovere di offrire un’alternativa educativa tutelando i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza sanciti dall’ONU, cosa che d’altro canto molte famiglie e molti studenti e studentesse richiedono. Non bastano leggi punitive, centri antiviolenza e case rifugio, braccialetti elettronici. La violenza di genere non si combatte dopo che femminicidi, lesbicidi, transfemminicidi, violenze razziste e abiliste sono avvenute, ma prima, con la prevenzione, dentro le comunità, dentro i linguaggi che formano immaginari e comportamenti. I giovani entreranno comunque in contatto con i temi legati alla sessualità, spesso anche in modo per niente mediato, tramite web, social e app di IA, ma senza un’adeguata educazione rischiano di cercare risposte in contesti poco affidabili, segnati da disinformazione e modelli relazionali distorti, tipo la manosphere di cui tanto si parla in questo periodo. Il problema non è affrontare questi argomenti, ma non affrontarli abbastanza. 

Ultimo dettaglio, basilare. L’educazione sessuo-affettiva è molto importante, ma altrettanto importante è che sia condivisa, costruita con insegnanti, studenti, CAV, collettivi, professionist* e famiglie come pratica di comunità educante. È necessario investire sulla formazione e sull’autoformazione docente. Senza una adeguata consapevolezza da parte della stessa classe docente, un percorso condotto da figure esterne (i cosiddetti “esperti”) verrebbe inficiato dalla pratica didattica quotidiana intrisa di automatismi, stereotipi di genere e sessismo interiorizzato, a partire dal linguaggio. La classe docente è chiamata, per contrastare questo tsunami di propaganda, ignoranza e ideologia, a tessere una rete di alleanze, tra associazioni, insegnanti, educatori/trici, ricercatori/trici, attivist*. 

Diverse in Italia sono le associazioni che si occupano di promuovere percorsi educativi orientati all’inclusione, al contrasto delle discriminazioni e alla valorizzazione delle differenze. Tra di esse ricordo la rete Educare alle differenze, di cui segnalo il vademecum L’educazione sessuo-affettiva non è un gioco, strumento pratico e politico, pensato per offrire strategie di autotutela a docenti e associazioni e fornire consigli concreti per affrontare rapporti con dirigenze scolastiche e famiglie, e il loro convegno annuale, che quest’anno si terrà a settembre a Napoli. 

Un lavoro prezioso lo sta svolgendo la Fondazione Giulia Cecchettin, che ha avviato nei mesi scorsi un corso di formazione rivolto proprio a docenti della scuola dell’infanzia e primaria (1.000 docenti coinvolti, 1.300 domande pervenute), totalmente ignorato dal ministro Valditara, che pure nel 2024 aveva firmato un protocollo di intesa con la Fondazione.

Ricordo anche Una Nessuna Centomila, fondazione italiana che si occupa di prevenire e contrastare la violenza contro le donne, che oltre a finanziare centri antiviolenza e case rifugio e a organizzare eventi culturali, concerti e campagne di sensibilizzazione, realizza progetti nelle scuoleMa in tutta Italia ci sono gruppi di docenti, educatori/trici, professionist* che si formano e fanno formazione su questi temi, dal movimento Non Una Di meno, alla Fondazione Libellula, a SCOSSE, ad Action AidToponomastica femminile,  Mica MachoMaschile Plurale insieme a tante altre, oltre a singole preziose persone (per tutte cito Lea Melandri e Graziella Priulla), che instancabilmente sui social e nelle scuole hanno svolto in questi anni e continuano a svolgere attività di sensibilizzazione e formazione. Per non dimenticare le case editrici (in prima linea Settenove) e le Università (tra tutte ricordo il dottorato nazionale in Gender Studies a Bari, coordinato da Francesca Romana Recchia Luciani, il Master in Studi e Politiche e di genere di Roma, il Master in Gender and Women’s Studies a Bologna).

Un altro elemento interessante come spunto di riflessione è il fatto che se si volesse applicare la legge alla lettera, bisognerebbe chiedere il consenso informato spessissimo durante la pratica didattica quotidiana, quando si spiega Orlando di Virginia Woolf, o De Profundis di Oscar Wilde, o i Sonetti di Shakespeare, o Boccaccio, o Michelangelo, o Pasolini, o Saffo, previa denuncia da parte delle famiglie per non essere stati avvisate dei temi “scottanti” presenti nel programma.

Il punto è che il dibattito attorno al Ddl Valditara appena promulgato non riguarda soltanto questa singola legge, ma il modello di scuola e di società che vogliamo promuovere. A fronte di una visione dell’istruzione normativa, orientata alla trasmissione di competenze e a una educazione alla cittadinanza intesa in senso identitario, emerge la necessità di una scuola capace di leggere la complessità sociale, di riconoscere le differenze e di offrire strumenti critici per valorizzarle. In questo quadro, l’educazione sessuo-affettiva non è solo un tema tra i tanti, ma un elemento centrale di prevenzione e consapevolezza, unita alla formazione e autoformazione del corpo docente. La questione riguarda la capacità della scuola di restare uno spazio pubblico di crescita, confronto e pensiero critico, dove in gioco c’è il ruolo stesso dell’educazione in una società democratica in vertiginosa trasformazione. 

L’articolo è stato pubblicato su Valigia Blu il 10 giugno 2026

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