Pussy Riot

Due giorni fa, il 12 maggio, alla Funkhaus a Berlino sono tornate a esibirsi dal vivo le Pussy Riot, il gruppo punk russo diventato famoso in tutto il mondo nel 2012 per aver intonato in ginocchio nella Cattedrale di Mosca una preghiera rivolta alla Madonna supplicandola di diventare femminista e di liberare la Russia da Putin.

Il gruppo ha avviato in questi giorni un tour europeo destinato a raccogliere fondi per l’Ucraina, in cui la musica dal vivo è accompagnata dalla proiezione di video e testi tratti dal libro di memorie dal carcere “Riot Days”, pubblicato da Maria Alёkhina nel 2017. L’artista è riuscita a fuggire a fine aprile dagli arresti domiciliari dove si trovava in Russia, superando il confine tra la Bielorussia e la Lituania grazie all’aiuto dell’artista islandese Ragnar Kjartansson che le ha procurato i documenti di viaggio, dopo aver saputo che avrebbe dovuto trascorrere 21 giorni in una colonia penale. Alёkhina nel 2021 è stata diverse volte in carcere, ogni volta per 15 giorni, a causa di alcuni vecchi post su Instagram, in favore della scarcerazione di prigionieri politici, tra cui Aleksej Naval’nyj, e per aver criticato il dittatore bielorusso Lukašenko, alleato di Putin (per quest’ultimo era stata condannata per “propaganda di Nazi-simbolismo”). L’artista, già latitante, per sfuggire ai controlli della polizia si è travestita da rider (come qualche settimana fa aveva fatto la sua fidanzata, Lucy Štein), scattandosi, prima di uscire dalla casa in cui si trovava, una foto con il giubbotto verde dell’azienda di consegne a domicilio, e lasciando a casa il suo smartphone come esca per evitare di essere rintracciata.

L’attivista in un’intervista al New York Times ha espresso il suo sostegno totale all’Ucraina: “E’ la Russia che ha bisogno di essere de-nazificata non l’Ucraina”. “Non penso che la Russia abbia più il diritto di esistere. Se prima c’erano dei dubbi riguardo al modo in cui è unita, ai valori che la sostengono e la direzione in cui sta andando, ora penso non ci siano più dubbi”. L’artista considera la sua fuga una dimostrazione della disorganizzazione delle forze dell’ordine russe: “Da qui, sembra un enorme demonio, ma è molto disorganizzata se la guardi dall’interno. La mano destra non sa cosa sta facendo la mano sinistra”.

Sono spaventati da noi perché non riescono a controllarci.

Vi racconto la loro storia.

Le Pussy Riot sono un gruppo radicale punk formato da un decina di artiste anarcofemministe ecologiste russe. Nadja Tolokonnikova, una delle sue componenti, lo ha definito “parte del movimento anti capitalistico globale, formato di anarchici, trotzkisti, femministe e autonomisti”, e le sue performance “arte dissidente o azione politica che coinvolge l’arte”, “una forma di attività civica nel mezzo delle repressione di un sistema politico che usa il suo potere contro i diritti umani di base e le libertà civili e politiche”.

Col volto coperto da balaclava colorati, le Pussy Riot, in origine in rigoroso anonimato, identificabili solo attraverso pseudonimi spesso condivisi tra loro, hanno effettuato negli scorsi anni in Russia una serie di performance non autorizzate, accompagnate da canzoni punk di protesta dai testi volutamente irriverenti e provocatori, riprese e successivamente condivise su YouTube, che se all’epoca poterono apparire sopra le righe, oggi appaiono lucide e preveggenti.

Dotato di solide basi ideologiche e filosofiche (le Pussy Riot si ispirano dichiaratamente a femministe come Emmeline Pankhurst, Simone De Beauvoir, Andrea Dworkin, Shulamith Firestone, Rosi Braidotti, Kate Millett, Judith Butler, Aleksandra Kollontaj, Michel Foucault, bell hooks – vedi il libro pubblicato da Nadja Tolonnikova nel 2018, Read and Riot), il gruppo negli scorsi anni ha criticato in modo coraggioso e radicale la dittatura e il culto del potere del regime putiniano, la cultura patriarcale e sessista da lui sostenuta, caratterizzata dall’enfasi sui ruoli di genere tradizionali nella famiglia, l’oggettificazione dei corpi delle donne, l’attacco alla legge sull’aborto, e ha denunciato il potere religioso corrotto e secolare della Chiesa ortodossa russa e le sue commistioni con il regime di Putin, la violenza, l’ipocrisia e l’illiberalità di Putin e dei suoi sostenitori, perorando il rispetto dei diritti umani, la libertà di espressione, i diritti delle donne e della comunità LGBTQ e la causa di una Russia libera e democratica.

Il collettivo nacque nel 2010 dall’impegno di una decina di giovani artiste (più una quindicina di persone addette agli aspetti tecnici della ripresa, dell’editing dei video e della diffusione sul web) con l’obiettivo di effettuare performance pubbliche riguardo a tematiche politicamente rilevanti. Vestite di abiti dai colori accesi e collant colorati in contrasto, il gruppo ha scelto di chiamarsi Pussy Riot [“figa ribelle”] “per contrastare la mentalità machista corrente che vuole la donna, il sesso femminile accogliente, tenero, docile”. La scelta di indossare balaclava colorati a coprire il volto, sia durante le esibizioni che nelle interviste, serviva sia a mantenere l’anonimato, visti i continui rischi che correvano con le loro performance, che a distogliere il focus dei loro messaggi dal loro aspetto fisico.

Ispirate dalle band punk rock statunitensi Bikini Kill e dal movimento Riot grrrl degli anni novanta (“quello che abbiamo in comune è l’impudenza, testi che si nutrono di argomenti politici, l’importanza delle tematiche femministe e un’immagine femminile non-standard”), diverse di loro provengono dal gruppo “situazionista” Vojnà (guerra), con il quale hanno partecipato ad alcune performance artistiche di grande impatto, come quella che si tenne nel 2008, alla vigilia dell’elezione di Medvèdev, presidente della Federazione russa dal 2008 al 2012 (tra il secondo e il terzo mandato di Putin, nel cui governo ricoprì comunque il ruolo di Primo Ministro), dal titolo Fuck for the heir Puppy Bear! (Scopa per l’erede orsacchiotto!: “medved” in russo significa “orso”, “orsetto” per ironizzare sulla bassa statura di Medvèdev, che sembra fu scelto come Presidente da Putin anche per questo motivo, essendo lui stesso piuttosto complessato per la sua statura), durante la quale quattro coppie (tra cui Nadja al nono mese di gravidanza) avevano fatto sesso pubblicamente nel Museo Statale di Biologia di Mosca (Nadja fu per questo espulsa dall’Università Statale Lomonòsov di Mosca). La performance era una provocazione contro la richiesta del presidente Medvèdev di contrastare il calo demografico invitando le donne russe ad “aumentare la riproduzione”. In un’altra performance, nel 2010, il gruppo, per denunciare la corruzione dei giudici, aveva sparso per le stanze e i corridoi del tribunale Tagànskij a Mosca centinaia di scarafaggi. Nel 2011 a San Pietroburgo il collettivo Vojnà disegnò un fallo lungo 65 metri sul ponte Litèjnyj, davanti alla sede cittadina dell’Fsb (l’ex Kgb), che mimava una erezione nel momento in cui il ponte si alzava per far passare le navi, e attuò altre performance “situazioniste” nel quali denunciavano la mancanza di libertà e di diritti in una Russia “governata da mafiosi”. Tra gennaio e marzo 2011 le ragazze di Vojnà attuarono la performance “Bacia la sbirra”, durante la quale tentavano di baciare sulla bocca tutte le poliziotte che incontravano (anche qui c’era un gioco di parole).

Il 2011 è un anno particolarmente delicato in Russia. Nel 2012 si dovevano tenere le nuove elezioni presidenziali, e Putin aveva deciso di ricandidarsi per la terza volta, dopo due mandati e la pausa del governo fantoccio di Medvèdev, nel quale Putin aveva continuato a ricoprire un ruolo fondamentale come primo ministro. La campagna elettorale per le elezioni della Duma (il Parlamento russo) fu accompagnata da mobilitazioni di massa contro la sua ricandidatura. 

Nell’agosto del 2011 fu fondato il gruppo Pussy Riot e in autunno le attiviste fecero le prime performance in metro e sui tetti dei filobus. A dicembre 2011 tennero una performance sul tetto di un edificio nei pressi del commissariato dove era stato trattenuto Aleksej Naval’nyj, all’epoca blogger dissidente e principale antagonista politico di Putin (in seguito scampato ad un avvelenamento e tuttora trattenuto in carcere con motivazioni strumentali volte a impedirgli di avere un ruolo attivo all’opposizione). Il 20 gennaio 2012 sulla Piazza Rossa a Mosca (scelta per la sua vicinanza al Cremlino, simbolo del potere per eccellenza) otto di loro effettuarono una performance musicale, Putin Zassal!. La parola “zassal” è sinonimo “volgare” di una parola che si traduce dal russo come “si è spaventato” (qualcosa come “Putin si è c.. sotto”), e faceva riferimento alla grandissima manifestazione del 24 dicembre 2011 sulla via Sakharov a Mosca contro Putin, che secondo il gruppo aveva intimorito l’autocrate russo. Le ragazze, che si erano messe a cantare il loro pezzo ballando in stile punk e sventolando una bandiera femminista, furono arrestate e multate.

Qualche mese prima, nel novembre 2011, il patriarca Kirill (di cui si dice abbia collaborato in passato con il KGB, dove Putin ha lavorato a lungo come agente segreto a Dresda), aveva esortato i fedeli a non partecipare alle manifestazioni di protesta contro Putin e il suo partito, Russia unita, che andavano aumentando, per celebrare una mostra itinerante di una famosa reliquia religiosa, la Cintura della Vergine. L’evento, che monopolizzò l’opinione pubblica grazie all’aiuto imponente dei media, riuscì a sviare l’attenzione delle persone dalle proteste. Da questa situazione nasce il testo della preghiera punk che il 21 febbraio 2012 alcune componenti del collettivo Pussy Riot cantarono nella Cattedrale di Cristo Salvatore di Mosca, in una esibizione che durò solo 40 secondi, ma che le rese famose in tutto il mondo, costando a due di loro 2 anni di durissima reclusione. Sull’altare della Cattedrale, luogo riservato ai sacerdoti e vietato alle donne, le Pussy Riot invocarono la Madonna, supplicandola in ginocchio di diventare femminista e di “liberare la Russia da Putin”, accusando il patriarca Kirill di “credere più in Putin che in Dio”, denunciando di fatto le commistioni della Chiesa ortodossa russa con il governo di Putin, attaccandone la corruzione, i valori patriarcali, l’omofobia e la repressione. (Attualmente il Patriarca Kirill, che ha benedetto le truppe russe che hanno invaso l’Ucraina, è stato inserito dall’Unione europea nella lista delle persone soggette a sanzioni e definito dal Papa in un’intervista “chierichetto di Putin”).

Il 3 marzo 2012 (il giorno precedente le controverse elezioni del 4 marzo, in cui Putin veniva rieletto per le terza volta Presidente delle Federazione Russa), vennero individuate e arrestate tre componenti del gruppo che parteciparono all’azione. Sono Ekaterina Samucevič (Katja), 30 anni, all’epoca studentessa presso l’Università di ingegneria energetica di Mosca “MEI”, programmatrice ed esperta di fotografia e multimedia, interessata alle tematiche LGBT; Nadežda Tolokonnikova (Nadja), 23 anni, iscritta alla facoltà di filosofia dell’Università Statale di Mosca, sposata con Pëtr Verzilov, attivista del gruppo Voinà, con cui aveva una figlia di 4 anni; Marija Alëchina (Maša), 24 anni, attivista ambientalista con Greenpeace Russia, studentessa al quarto anno di giornalismo e scrittura creativa a Mosca, volontaria nell’ospedale psichiatrico per bambini a Mosca e nel movimento giovanile russo Danilovcy, incentrato sull’aiuto di bambini e adulti, e madre di un bambino di 4 anni.

Sottoposte a interrogatori, le ragazze non rivelarono agli inquirenti i nomi delle altre componenti coinvolte nell’azione e iniziarono per protesta uno sciopero della fame, motivato dalle pesanti condizioni di reclusione e dall’impedimento di poter vedere i loro figli.

Dopo quasi sei mesi di durissima custodia cautelare, il 17 agosto 2012 le attiviste furono condannate a due anni di reclusione con l’accusa di “teppismo motivato da odio religioso e ostilità”. Quel giorno, mentre si attendeva la pronuncia della sentenza, una folla di persone si radunò nei pressi del tribunale distrettuale moscovita, fronteggiate da decine di autobus pieni di agenti in tenuta antisommossa. Un centinaio di manifestanti furono messi in stato d’arresto, tra cui due esponenti dell’opposizione, Udal’cov, leader del Fronte della sinistra, e Kasparov, il pluricampione di scacchi esponente della coalizione L’altra Russia (Kasparov in seguito si candiderà a Presidente contro Putin, ma dopo vari arresti e tentativi di annientarlo fisicamente desisterà e emigrerà negli USA, dove tuttora risiede. Qui le sue ultime dichiarazioni su Putin e la guerra in Ucraina). Quello stesso giorno il movimento ucraino delle Femen mise in atto una performance a sostegno delle Pussy Riot, nel quale abbatterono a Kiev, con una motosega, un enorme crocifisso dedicato alle vittime dello stalinismo (l’ho raccontato qui).

Durante il processo del 2012, le imputate cercarono di chiarire l’origine politica della loro azione, negando di aver voluto offendere o esprimere odio contro la religione, come invece sostenne l’accusa, ed evidenziando la loro volontà di protestare invece contro il sostegno  fornito dal Patriarca Kirill a Putin, i cui 12 anni al potere aveva definito “un miracolo divino”. Alla fine del processo le ragazze si dichiararono convinte che la punizione ricevuta per la loro performance fosse una vendetta post-elettorale di Putin causata dalla loro opposizione, e che la loro performance fosse stata strumentalizzata e amplificata dallo stesso patriarca Kirill, che le accusò di sacrilegio e blasfemia, esigendo una condanna esemplare contro le “tre streghe indemoniate”, nonostante diversi credenti avessero chiesto clemenza. Anche l’informazione di Stato giocò il suo ruolo, dipingendo le tre ragazze come delle “streghe terroriste” che avevano agito con premeditazione in una sorta di attentato contro i sentimenti religiosi al fine di destabilizzare la società.

Il 10 ottobre 2012 si tenne il processo d’appello, che concesse su cauzione la libertà vigilata per Katja Samucevič (che non era riuscita ad attuare la performance perché fermata prima), mentre condannò Nadja Tolokonnikova e Maša Alëchina alla reclusione in due colonie penali site in Mordovia e in Siberia (rispettivamente 500 e 1100 km da Mosca), dove scontarono la loro pena in condizioni molto pesanti, senza poter mai vedere i loro figli piccoli per quasi due anni.  Poco dopo Katja presentò un reclamo presso la corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, denunciando la violazione dei suoi diritti nei sei mesi di custodia cautelare, durante i quali spesso non avrebbe ricevuto i pasti e le sarebbe stato impedito di dormire.

Nel settembre 2013, Nadja Tolokonnikova incominciò un nuovo sciopero della fame. In una lettera pubblicata sul blog della band, la donna descrisse le condizioni di vita delle donne nella colonia penale denunciando la privazione dei diritti per le detenute, i loro massacranti turni di lavoro in fabbrica per produrre uniformi per la polizia (tra le 16 e le 17 ore giornaliere, con una pausa notturna di 3-4 ore, e un giorno libero ogni 8 settimane), le dure punizioni, spesso collettive, ricevute dai prigionieri che si lamentavano (percosse sulle parti più sensibili del corpo, o permanenze forzate all’aperto al freddo con abiti inadeguati), e di essere stata minacciata dal vicedirettore del carcere (che ha negato). In seguito Tolokonnikova fu trasferita in una cella singola ed esonerata dal lavoro, poi ricoverata in ospedale, infine, il 21 ottobre 2013, dopo aver nuovamente minacciato di riprendere lo sciopero della fame, fu spostata da un carcere all’altro, spesso senza poter comunicare né ai legali né a suo marito l’esatta ubicazione delle nuove sedi, se non dopo settimane. 

La sentenza fu condannata dal mondo occidentale, in particolare dall’amministrazione statunitense, che la definì eccessiva rispetto ai fatti contestati, dalla Francia, dalla Germania (la cancelliera Angela Merkel la definì “sproporzionatamente severa” e “non conforme ai valori europei di democrazia e stato di diritto, ai quali la Russia è legata in virtù della sua appartenenza al Consiglio d’Europa); dall’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OCSE) che la dichiarò lesiva dei diritti fondamentali dell’uomo: “Le accuse di vandalismo a scopo religioso non possono essere utilizzate per limitare la libertà di espressione. Le dichiarazioni, anche se provocatorie o satiriche, non dovrebbero essere soppresse e non dovrebbero essere condannate con la prigione”; dall’Unione europea (UE) che espresse preoccupazione “per le irregolarità segnalate”, “per le condizioni di detenzione” e per “la maniera in cui si svolge il processo, tenuto conto delle informazioni su atti di intimidazione contro gli avvocati, i giornalisti e gli eventuali testimoni”. La rappresentante UE richiamò la Russia al rispetto degli obblighi internazionali in materia di diritti civili e umani, invitandola a garantire alle accusate un giusto processo. Le tre Pussy Riot furono riconosciute come prigionieri politici dalla Union of Solidarity with Political Prisoners (SPP) e prigioniere di coscienza da Amnesty International e ricevettero pubblico sostegno da molti artisti e personalità di fama internazionale, come Beastie Boys, Björk, Peter Gabriel, Genesis, Courtney Love, Madonna, Paul McCartney, Yōko Ono, Red Hot Chili Peppers, Patti Smith, Sting. 

Mentre Nadja e Marja erano recluse, il collettivo mise in rete, il 6 settembre 2012, un video nel quale altre componenti del gruppo, sempre con il capo coperto dal passamontagna colorato, si arrampicavano su un muro su cui c’era una foto di Putin affiancata a quella di Hitler, che infine bruciavano: “Il nostro Paese è dominato da un uomo che pensa sia illegale definirsi femminista e sostenere i diritti di gay e lesbiche. Quest’uomo pensa che, se canti e balli in modo sconveniente, devi farti due anni di rieducazione”.

Durante i mesi della carcerazione, il collettivo ricevette vari riconoscimenti: fu candidato al Premio Kandinsky nella categoria “Progetto dell’anno” (agosto 2012), ricevette il “Premio per la Pace” di John Lennon, assegnato ai difensori dei diritti umani e della pace (settembre 2012), fu inserito dalla rivista britannica ArtReview al 57imo posto nella Top100 di persone più influenti dell’arte contemporanea (ottobre 2012), dalla rivista Foreign Policy al 16mo posto nella classifica dei 100 pensatori più influenti dell’anno (novembre 2012) e delle persone più importanti dell’anno di American Business Insider (dicembre 2012).  In seguito, il gruppo venne candidato per il premio musicale NME Awards nelle categorie di “Hero 2013” e “Momento musicale dell’anno” (gennaio 2014), con Putin candidato nella categoria opposta, “Uomo scellerato dell’anno (Villain of the Year). Nel 2013 è stato realizzato un documentario, “Pussy Riot – A punk prayer”, di Mike Lerner e Maxim Pozdorovkin, nel quale il racconto della storia delle tre Pussy Riot si intreccia con quello della Russia di quegli anni, e le immagini del loro arresto e del processo si intrecciano con il dietro le quinte dei loro concerti e con il clamore e le proteste in loro sostegno che si tennero in Russia e all’estero.

Nel luglio 2013 le Pussy Riot pubblicarono un video, Come nella prigione rossa, in cui, come protesta contro il presidente del colosso petrolifero statale “Rosneft” Igor Sechin e contro la dipendenza della Russia dalle esportazioni di petrolio, si arrampicano sul tetto di una stazione di servizio mimando il sequestro di oggetti petroliferi russi, innaffiando il ritratto di Sechin con una sostanza nera simile al petrolio.

Il 19 dicembre 2013, in occasione del 20º anniversario della Costituzione russa e in vista delle Olimpiadi ospitate dalla Federazione Russa, fu approvata all’unanimità dalla Duma, nonostante la contrarietà di Vladimir Putin, l’amnistia per Maša Alëkhina e Nadja Tolokonnikova (insieme ad altre 25.000 persone in tutta la nazione), che furono rilasciate il 23 dicembre 2013, circa due mesi e mezzo in anticipo rispetto a quanto stabilito dalla sentenza.

Il 27 dicembre 2013, durante la loro prima conferenza stampa tenuta a Mosca dopo la loro scarcerazione, Marja e Nadja dichiararono che la loro posizione nei confronti di Putin non era cambiata, che ritenevano la loro scarcerazione anticipata di soli due mesi frutto di propaganda politica legata alle imminenti Olimpiadi e che erano intenzionate ad iniziare un progetto in difesa dei diritti dei detenuti nelle carceri e nei campi di lavoro russi. Nel 2014 fondarono Mediazona, un sito informativo indipendente  che si occupa principalmente di sistema giudiziario, legislativo e penale in Russia, a cui ha collaborato come editore e giornalista Pëtr Verzilov, ex marito di Tolokonnikova (il sito è stato chiuso dal governo russo a marzo 2022, dopo lo scoppio della guerra, per i suoi articoli esplicitamente critici verso la guerra e Putin).

Nel febbraio 2014, durante i XXII Giochi olimpici invernali di Soči, il gruppo tornò in scena con la performance potente Putin vi insegnerà ad amare la patria, ripresa e pubblicata poi su YouTube,  durante la quale le ragazze subirono manganellate e frustate dalla guardia cosacca, mentre la polizia restava a guardare. Il Comitato Olimpico Internazionale criticò l’azione delle Pussy Riot, dichiarando che “le olimpiadi non sono una piattaforma per l’espressione politica” e che fare protesta in tale sede è “vergognoso e inopportuno”.

L’estate di quell’anno, Nadja e Maria denunciarono il governo russo alla corte europea dei diritti umani, chiedendo un risarcimento di 120.000 euro ciascuna per la loro ingiusta detenzione e 10.000 euro per le spese legali, dichiarando che avrebbero devoluto a organizzazioni umanitarie il denaro ricevuto in caso di vincita.

Intanto la repressione in Russia cresceva parallelamente al rafforzamento politico di Putin e dei suoi affiliati. Tra le ultime performance di rilievo del collettivo ricordiamo l’invasione di campo vestite da poliziotte durante la finale dei Mondiali di calcio in Russia nel 2018, sempre come atto di protesta contro l’autoritarismo di Putin e del governo russo, in cerca Din una visibilità e solidarietà internazionali che non arrivavano, se non in modo blando e inefficace.

In quella performance, ha dichiarato Veronika “Nika” Nikulšina, una delle tre Pussy Riot che vi parteciparono, “ho visto la bruttezza di un sistema che celebra la ‘bellezza della vita’ nelle strade di Mosca, mentre centinaia di politici venivano imprigionati. Insomma, mentre le persone venivano torturate e uccise, fuori dalle prigioni stranieri felicissimi bevevano birra per le strade della capitale. Ecco, direi, durante la coppa del mondo, quella mi è sembrata la piattaforma perfetta per fare qualcosa”. Il gesto si risolse con “soli” quindici giorni di prigione (“perché tutta l’attenzione della comunità mondiale era ben presente”) e un tentativo di avvelenamento di alcun* di loro alcuni mesi dopo (tra cui Pëtr Verzilov, ex marito di Tolokonnikova, che aveva partecipato anche lui alla performance).

Una delle azioni più recenti delle Pussy Riot è stata quella di dedicare il giorno in cui Putin compiva 68 anni, il 7 marzo 2020, alla Giornata della visibilità della comunità LGBTQ. In quel giorno le Pussy Riot (tra cui la citata Nika) hanno posizionato bandiere arcobaleno sui più importanti edifici amministrativi russi, atto altamente sovversivo in Russia (il Servizio di Sicurezza Federale a Lubjanka, il Palazzo della Presidenza, la Corte Suprema russa, il Ministero della Cultura, e la Stazione di Polizia nel distretto  Basmanny).

In un post su Instagram in cui rivendicarono la performance, le Pussy Riot scrissero:

“Il governo uccide i gay in Cecenia, approva leggi transfobiche (per “rinforzare l’istituzione della famiglia”), perseguita padri di bambini nati da madri surrogate. Per incoraggiare le persone a votare per i cambiamenti nella Costituzione che permettono a Putin di rimanere al potere per un tempo indefinito, la propaganda ha condiviso orribili video omofobi che miravano a convincere i cittadini russi che per un bambino vivere in una famiglia omosessuale è peggio che vivere in un orfanatrofio.

Scegliamo di donare bandiere arcobaleno a Putin come simbolo di amore e libertà mancanti. […]

Chiediamo al governo russo e a Vladimir Putin stesso:
1. di investigare sugli omicidi e i rapimenti di gay, lesbiche, transgender e persone queer in Cecenia;
2. di porre fine alle molestie di attivisti e organizzazioni che aiutano la comunità LGBTQ;
3. di approvare una legge che previene la discriminazione sulla base del genere e dell’orientamento sessuale;
4. di legalizzare le coppie omosessuali;
5. di porre fine alle molestie delle famiglie omosessuali, di smettere di togliergli i figli;
6. di abolire la legge sulla “propaganda di relazioni sessuali non tradizionali” in quanto discriminatoria e perché viola il diritto alla libertà di espressione;
7. di far diventare il 7 ottobre il giorno della visibilità LGBTQ
.

Nika Nikulšina, in seguito alle sue azioni classificata dal Cremlino “agente straniero”, finita sotto sorveglianza anche sui social e costretta da poco ad abbandonare il paese, ha dichiarato recentemente in un’intervista:

Non saprei cosa dire eccetto che Putin e la sua gang sono degli assassini sanguinari. E la Federazione russa è un’internazionale di terroristi. La gente in Ucraina muore per le ambizioni di Putin. Ed è per le sue ambizioni di imperialismo che i soldati russi partono per la guerra. A questi poverini mentono dicendogli che sono esercitazioni e poi li lasciano bruciare nei carri armati. È spaventoso, orrendo e non dovrebbe essere così. Sto malissimo in questi giorni, non riesco a mangiare a dormire, ma generalmente niente è paragonabile a quello che succede alle persone di Mariupol che sono bombardate ogni giorno. Ultimamente mi sento raggelata, non so come creare arte mentre la guerra va avanti. Cosa c’è di più trascendente della morte?». Sul futuro della guerra e possibili ribellioni del popolo russo contro Putin: «Non so, non ho previsioni. So che alle ultime proteste i camion della polizia erano pieni di gente coraggiosa. Conosco molti teenager sotto i 18 anni che stanno scendendo in strada per protestare. So anche che durante le recenti proteste molti di loro sono stati picchiati e torturati. Abbiamo le prove di tutto ciò e questo è un segnale molto, molto brutto. La Russia sta soffocando per la sua mancanza di libertà.

Nadja Tolokonnikova, anch’essa emigrata negli USA, si è esibita poche settimane fa al Terminal 5 di New York scagliandosi senza mezze misure dal palco contro Putin:

Odio la guerra. Amo la pace. Supporto l’Ucraina. Vaffanculo Putin. Spero muoia presto.

Consapevole dei suoi avversari politici, l’attivismo di Nadja Tolokonnikova si è spostato negli ultimi anni dal versante anarchico a quello tecnologico-economico. L’arma si chiama NFT. L’artista russa ha lanciato nelle scorse settimane, subito dopo lo scoppio della guerra, UkraineDAO, una raccolta in criptovalute da inviare direttamente ai cittadini ucraini attraverso l’associazione benefica Come Back Alive, “una delle iniziative di beneficenza e volontariato ucraine più efficaci e trasparenti” per la distribuzione di cibo, forniture mediche e altri servizi necessari ai civili e all’esercito ucraino. Dopo un appello del governo di Kiev, sono stati raccolti, fino al 4 marzo, oltre 50 milioni di dollari in moneta digitale (di cui quasi il 10 per cento sono stati ottenuti con vendite di opere d’arte in NFT), soprattutto grazie a NFT della bandiera ucraina, la cui versione digitale è stata acquistata da un gruppo di donatori per 2250 ethereum (una criptovaluta, come il bitcoin, equivalente a circa 5 milioni e mezzo di euro). L’asta non ha interrotto le donazioni, che sono in corso e vengono ancora accettate. Il Washington Post l’ha definita “la prima guerra crittografica del mondo” (in questa intervista maggiori info su questa iniziativa):

Nell’ultimo anno ho lavorato molto con criptovalute e NFT, stiamo organizzando il cosiddetto Pussyverse. È un’organizzazione e un movimento di persone che vogliono più uguaglianza nel mondo dell’arte digitale. Stiamo raccogliendo un sacco di denaro, vogliamo usarlo per comprare opere dalle donne e dagli artisti LGBTQ+ che si occupano di digitale, così da alzare il valore del loro lavoro. Quando è arrivata la notizia devastante dell’invasione dell’Ucraina, la prima reazione è stata cercare un modo per aiutarli come possibile, così ho organizzato DAO con alcuni amici. […] Il vantaggio delle cripto è che non hanno confini e non servono permessi. Nessuno può fermarle, neanche nelle zone di guerra. Se hai una connessione internet, hai anche accesso ai fondi.

Tolonnikova in una intervista del 28 febbraio 2022 ha denunciato lo stato di polizia sempre più grave in cui versa il popolo russo, di fatto impossibilitato a protestare contro Putin e la sua guerra se non pagando prezzi altissimi in termini di libertà:

È estremamente pericoloso. Negli ultimi quattro giorni sono state arrestate migliaia di persone, sempre in modo brutale. Li picchiano. Mia figlia, per esempio, ha un’amica di 14 anni, ma ne dimostra 10. È andata a protestare con suo padre e un poliziotto ha cercato di picchiarla e arrestarla. Il padre ha detto: «Ma che stai facendo? È mia figlia, è una bambina». La polizia le ha fatto male, ora è fasciata. Ma invece di arrestare lei, hanno preso il padre e l’hanno buttato a terra. L’hanno picchiato e arrestato, ormai sono passati dei giorni. È davvero dura. Negli Stati Uniti si paga un prezzo completamente diverso. Qui puoi protestare e sai che verrai liberato nel giro di un paio di giorni, nel mio Paese non è così. Una manifestazione o un tweet possono farti restare in carcere per cinque anni. Io ho due processi per dei post sui social. Non c’è bisogno di fare una manifestazione [per essere puniti dal governo russo], basta che qualcuno parli su YouTube, Twitter o Instagram. Guardano le stories.

Secondo l’artista Putin è un dittatore pericoloso non solo per l’Ucraina, ma per la pace globale (“Non puoi essere corretto con Putin. È un pazzo e potrebbe aprire il fuoco sui suoi stessi connazionali”), va preso sul serio e fermato, ma le sanzioni vanno applicate davvero, colpendo il Cremlino e gli oligarchi a lui vicini non i cittadini russi: “Sono bei soldi, chiaro, ma a un certo punto bisogna pur pensare all’etica”.

Quando combatti contro un dittatore, devi mostrargli che sei pronta a farlo fino alla fine. Io ero pronta a morire e penso che sia questo il motivo per cui l’Ucraina potrebbe vincere questo scontro, perderà uomini e città ma è pronta a battersi fino alla fine; non è lo stesso per l’Armata Russa.

(to be continued)

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