Il 21 dicembre 2012 le Femen hanno tenuto una performance a Bruxelles con lo slogan “APOCALYPSE OF DEMOCRACY” (un riferimento inquietante alla fine del mondo, che secondo la profezia dei Maya sarebbe avvenuta quel giorno). Proprio quel giorno a Bruxelles Putin incontrava, in una riunione movimentata, i leader della Unione Europea per parlare di questioni energetiche (la clausola GazProm), di liberalizzazione dei visti e di diritti umani violati (in riferimento all’assassinio di Sergei Magnitsky, un’attivista anti-corruzione ucciso nelle carceri russe nel 2009).
Qui, qui e qui ulteriori dettagli.
Durante quella performance le Femen, prima di essere arrestate, denunciarono il pericolo di collasso economico che rischiava l’Europa rendendosi dipendente dalla “dittatura Gazprom-Kremlin” e i rischi per la sua democrazia derivanti dallo stringere rapporti politici, economici e culturali con l’ “apocalyptic dwarf Putin” (il “nano apocalittico Putin”) e i “Kremlin freaks” (“mostri del Cremlino”). Gli slogan scritti sul corpo seminudo erano: “DEAL WITH DEVIL”, “APOCALYPSE OF DEMOCRACY”, “PUTIN IS DEATH” (“Trattate con il diavolo”, “Apocalisse della democrazia”, “Putin è la morte”). [Sui rapporti tra UE e Gazprom segnalo le bellissime puntate di Report del 4 e 11 aprile 2022]







In quell’occasione le attiviste ucraine dichiararono:
FEMEN chiede ai leader dell’Unione Europea di interrompere immediatamente i contatti politici, economici e culturali con la dittatura di Gazprom-Cremlino. FEMEN avverte gli euroboss che la dipendenza dal gas porterà l’Europa al collasso economico.
Nell’ottobre 2014 le Femen tennero un’altra manifestazione a Milano, dove si stava tenendo il vertice euroasiatico, detto ASEM (Asia-Europe Meeting), incentrato sulle relazioni economiche fra i Paesi partecipanti. Al vertice, presieduto da Renzi, allora Presidente del Consiglio in Italia, erano presenti 27 stati su 28 dell’UE, oltre a Australia, Bangladesh, Brunei, Cambogia, Cina, India, Indonesia, Giappone, Corea del Sud, Laos, Malesia, Mongolia, Birmania, Nuova Zelanda, Norvegia, Pakistan, Filippine, Russia, Singapore, Svizzera, Thailandia, Vietnam, la Commissione Europea e il secretariato ASEAN (Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico). Obama partecipò da remoto. La situazione in Ucraina era già molto calda all’epoca, tanto che il tema era nell’agenda del vertice. La tregua raggiunta in quel periodo era stata più volte violata e veniva denunciata la presenza di truppe russe nell’est del paese. Il presidente ucraino Poroshenko e il presidente russo Putin si incontrarono in un meeting ufficiale, presieduto da Renzi, con il presidente francese François Hollande, la cancelliera tedesca Angela Merkel, il primo ministro inglese David Cameron, il presidente del Consiglio Europeo Herman Van Rompuy e il presidente della Commissione Europea Josè Barroso. Renzi si dichiarò “fiducioso che un incontro con il presidente ucraino porti al «rafforzamento del dialogo» tra Mosca e Kiev”. Già all’epoca tra i temi caldi sul tavolo delle trattative c’erano le forniture di gas russe verso l’Ucraina: il commissario all’Energia per l’Unione Europea Guenther Oettinger, dichiarò che l’Unione era pronta ad affrontare eventuali carenze di gas per quell’inverno (2014/2015) nel caso che la crisi ucraina dovesse fermare il flusso di gas dalla Russia per un periodo di sei mesi.
In occasione di quella performance, Inna Ševčenko, insieme ad un’altra attivista, si versò, davanti alla Cattedrale di Milano, del vino rosso, simbolo del sangue ucraino, sul corpo seminudo sul quale aveva scritto gli slogan: “ASEM ALLIES OF PUTIN”, “STOP IGNORING UKRAINE BLOODSHED” (“ASEM ALLEATI DI PUTIN”, “BASTA IGNORARE LO SPARGIMENTO DI SANGUE IN UCRAINA”). Al portale televisivo internazionale AFP TV Inna dichiarò:
Crediamo che dare il benvenuto e stringere la mano a un killer, una persona che sta uccidendo un’intera nazione – e il sangue ucraino ricade oggi, in segno di protesta, su di noi – equivalga a ignorare la tortura, l’eccidio e la guerra in Ucraina, iniziata e promossa da Putin.



Sono sempre stata incuriosita dal gruppo delle Femen, ma in questo periodo in cui sto approfondendo il loro pensiero e le loro azioni le sto trovando notevoli. Nel mio articolo di qualche settimana fa ho dato maggiore spazio alla figura di Oksana Sačko, artista molto sensibile e dotata. In questi giorni ho avuto modo invece di approfondire la figura di Inna Ševčenko, leggendo il suo ultimo libro pubblicato, Eroiche. Amazzoni. Peccaminose. Rivoluzionarie, uscito in Italia nel 2020 (in Francia nel 2019). Inna Ševčenko è una delle leader delle Femen, trasferitasi a Parigi dal 2103 in seguito alle minacce di morte ricevute in Ucraina.

Attraverso il racconto della sua vita e soprattutto delle donne che l’hanno ispirata, Inna Ševčenko ci descrive le vicende e le motivazioni che l’hanno avvicinata al gruppo, con l’obiettivo dichiarato di ispirare a sua volta e sostenere le giovani donne che guardano a lei come modello di attivismo.
Il libro nasce come reazione ad un suo momento di sconforto e di stanchezza, dettato dalla paura derivante dalle continue minacce e intimidazioni da lei subite in quegli anni, culminate nell’attentato terroristico (a cui scampa per miracolo) del 14 febbraio 2015, durante una conferenza sulla libertà di espressione a Copenhagen (nell’attentato perse la vita il regista danese Finn Nørgaard), che si sommò al trauma dell’attentato alla sede del giornale satirico Charlie Hebdo, rivista su cui lei scriveva (e scrive tuttora), avvenuto poco prima (il 7 gennaio dello stesso anno).
Non potevo più andare avanti in quel modo. Non ne avevo né la forza né la voglia. Ero arrivata al limite, tutto ciò in cui credevo aveva perso senso. Sentivo un profondo senso di ingiustizia e isolamento. A cosa era servita la nostra lotta? E il nostro impegno contro la dittatura in Ucraina, Russia e Bielorussia, contro il sessismo nell’Europa dell’Est? E la nostra disobbedienza ai sistemi patriarcali attraverso i nostri corpi nudi? E la nostra opposizione convinta alla mercificazione e allo sfruttamento del corpo femminile? E il nostro pensiero fondante per cui nessun altro, a parte noi stesse, può disporre del nostro corpo per farne strumento politico o sessuale? E le nostre proteste contro la misoginia e le disuguaglianze profondamente radicate nelle professioni religiose? A cosa era servito tutto questo? Tutto quello che avevamo subito – gli arresti, le minacce di morte, le torture nelle foreste bielorusse, il mio esilio improvviso che dell’Ucraina mi ha costretta in Francia – non era servito a niente. La mia resistenza era servita solo a farmi sentire persa, a vivere nella paura, nel silenzio e nel vuoto?

Inna ci racconta di aver deciso di reagire dopo aver ricevuto un sms di una giovane attivista spagnola, che le esprime la sua ammirazione e la sprona a non arrendersi mai, facendola vergognare di aver pensato di cedere allo sconforto. Quello stesso anno, a luglio terrà un discorso appassionato al TEDxKalamata, dal titolo significativo: I will not stop speaking out loud, un inno all’attivismo e all’impegno politico nel quale ripercorre la sua vita e il suo percorso, citando come modelli persone come Nelson Mandela, Gandhi e Rosa Parks, i movimenti pacifisti Occupy Wall Street e gli Indignados spagnoli. Si può ascoltarlo qui:
Nel suo libro Eroiche, intrecciando il racconto per temi della vita delle diverse donne eroiche, da lei scelte come modello, con riflessioni e informazioni autobiografiche, Inna Ševčenko ci racconta della sua infanzia con un papà militare che la tempra sin da neonata con regolari bagni gelati, in una Ucraina postsovietica segnata dalla crisi economica e dalla penuria lavorativa, in cui le donne (tra cui sua mamma) erano spesso costrette a sobbarcarsi duplici o triplici lavori, o a prostituirsi (come la sua vicina – Inna è con le Femen sin dall’inizio in prima linea nella lotta contro la prostituzione), la difficile ricerca di modelli femminili “eroici” in cui identificarsi.
Le donne che la affascinano da giovanissima sono tutte combattenti, da Sailor Moon, la protagonista di un manga giapponese (“mi somigliava, emotiva com’era in molte occasioni e a volte anche goffa”), a LeeLoo e Diva, protagoniste del Quinto elemento di Luc Besson (“Mi sono emozionata vedendo [Diva] mentre, pur sotto assedio, continua serafica e appassionata a spiegare all’umanità come preservarsi e salvarsi. Per una volta, non si trattava di un personaggio di donna fragile o isterica ma di una vera e propria dea”) a Uma Thurman di Kill Bill (“Questi corpi femminili pieni di forza e coraggio e dotati di poteri soprannaturali mi hanno permesso di rimandare al mittente tutte le idiozie sessiste che mi arrivavano da ogni parte”). Altri modelli spaziavano dalle Amazzoni, guerriere “la cui unica arma di battaglia è rappresentata dal loro corpo nudo”, suoi personali eroine “per la loro aspirazione all’indipendenza, la capacità di fondare una propria comunità e il coraggio dell’ignoto”, a Maria Bočkarëva (valorosa soldata russa nella prima guerra mondiale, poi giustiziata dai bolscevichi nel 1920 come “nemica del popolo”), Marina Raskova (giovane pilota appartenente al gruppo delle “streghe della notte”, pilote sovietiche che combatterono eroicamente contro i nazisti tedeschi durante la seconda guerra mondiale), le guerriere curde (“libere, temerarie e intrepide”), alle suffragette (“che hanno fatto saltare in aria finestre e scagliato pietre”), alle donne indiane di Gulabi Gang (“che nei loro magnifici sari rosa hanno brandito grossi bastoni di legno con cui minacciavano i loro aggressori sessuali”).






Da attivista adulta, con le Femen, Inna ha poi abbracciato consapevolmente metodi di lotta nonviolenti, scegliendo di usare il proprio corpo seminudo come manifesto politico e strumento di denuncia e di lotta:
Durante la presidenza di Viktor Janukovyč in Ucraina, di fronte alla crescente repressione da parte della polizia e dei servizi segreti, noi Femen ci siamo interrogate a più riprese sulla necessità di ricorrere ad una risposta violenta. Siamo giunte alla conclusione che la violenza è un retaggio di un mondo ormai arcaico, un mondo dominato dai maschi, un mondo che vogliamo in tutti i modi cambiare. La scelta della non-violenza è stata a lungo meditata e si è rivelata la più efficace.
Molto religiosa da bambina (“I precetti religiosi mi sono stati inculcati fin dalla più tenera età. Andare ogni domenica a messa, imparare a memoria preghiere tristissime, spesso tremende e sessiste, erano attività necessarie all’omologazione”), se ne è decisamente allontanata fino a denunciare la responsabilità delle religioni monoteiste nelle numerose guerre e nei maggiori conflitti ella storia dell’umanità, e soprattutto nella guerra contro le donne, riconoscendo nella figura di Eva il suo “personaggio preferito della Bibbia” (“la immaginavo divertente, sorniona e intelligente. Sognavo di essere come lei, di infrangere le regole, di avere il suo stesso spirito libero, Adamo invece mi sembrava stupido e noioso, del tutto sottomesso”). Nel libro vengono raccontati i rapporti di amicizia, sostegno e le performance radicali condotte insieme ad amiche attiviste arabe, le tunisine Amina Sboui e Meriam Abidi, l’iraniana (naturalizzata britannica) Maryam Namazie, l’egiziana Aliaa Elmahdy, le saudite Raham Mohammed al_Qunun e Dina Ali Lasloom, che lottano a favore della liberazione delle donne arabe contro l’oppressione della religione islamica (il tema viene sviscerato in Anatomia dell’oppressione. La critica di due Femen alle religioni, uscito nel 2017 in Francia, 2018 in Italia).
Possiamo essere credenti e femministe ma il femminismo non può essere religioso. Non possiamo pretendere la libertà e i diritti delle donne se li osserviamo attraverso un dogma sessista e accettiamo le regole delle istituzioni religiose. Il femminismo presuppone il diritto naturale delle donne di disporre del proprio corpo mentre i testi religiosi e le istituzioni sanciscono la proprietà degli uomini sul corpo delle donne.
Altro momento interessante del libro è il racconto del suo passaggio da giovane giornalista in ascesa ad attivista delle Femen. Influenzata dalla libertà dei media e del giornalismo indipendente dopo la Rivoluzione arancione del 2004 in Ucraina, Inna si iscrisse alla facoltà di Giornalismo presso la prestigiosa università Taras Shevchenko di Kiev, avendo come modello Anna Politkovaskaja, “una donna temuta anche dagli uomini più potenti che mirava dritta alla verità senza girarci troppo intorno”, che “denunciava con intelligenza i reati [dei leader politici] alla luce del sole”. Ma, una volta terminati gli studi, si rende presto conto che nell’Ucraina in cui intanto era salito al potere Janukovyč fare quel tipo di giornalismo era impossibile:
Trovai un impiego prestigioso e ben pagato nell’ufficio della comunicazione dell’amministrazione di Kiev. Ma, in sostanza, mi si chiedeva di fare antigiornalismo allo stato puro. Dovevo scrivere articoli pieni di bugie e insabbiare la corruzione dei potenti. Mi sarei macchiata dello stesso sangue che avevo visto in quell’ascensore in TV [di Anna Politkovskaja]. In quell’istante decisi di entrare a far parte del gruppo delle Femen e da allora alla base di ogni mia azione c’è il rifiuto a mantenere il silenzio. In quanto militante, potevo denunciare le violazioni dei diritti civili e i crimini scrivendo sul mio corpo piuttosto che sui giornali.
Ricordando le violenze subite in Bielorussia a seguito delle proteste contro Lukašenko, commenta:
Le torture utilizzate dai maschi di questi regimi dittatoriali rivelano la profonda debolezza dei loro seguaci. Sono la prova della loro paura ancestrale di fronte a una donna che li contesta e prende la parola. Quel giorno, nonostante il terrore che ho provato, ho capito che, se tre donne nude coi loro slogan rappresentavano una così grande minaccia, i miei avversari dovevano essere piuttosto fragili.
Il messaggio che il libro consegna alle giovani donne che lo leggeranno è di “essere la propria personale eroina”, mettendo in atto la propria personale rivoluzione interiora, decidendo in modo autonomo quando il proprio corpo è sessuale e quando è politico, avendo fiducia in se stesse, sfidando le proprie paure, leggendo e istruendosi, non permettendo a nessuno di imporre dei ruoli prestabiliti o dei limiti, non chiedendo approvazione, cercando alleanze in altre donne che stanno compiendo lo stesso percorso, praticando la sorellanza, rifiutando conformismo e vittimismo, perdonando i nemici (“ma solo dopo che i loro crimini sono stati puniti”) e spronandole a cercare una dimensione politica per abbattere un sistema obsoleto piuttosto che lasciarsi abbattere:
Sono una di quelle donne isteriche e indegne che non si consegnano al silenzio. Per le manifestazioni organizzate con le Femen, per gli slogan e i contenuti che abbiamo propagandato, alcuni ci hanno definito isteriche, altri aggressive, siamo state attaccate e più volte arrestate. Ma non sono i nostri seni nudi o le corone di fiori che ci mettiamo nei capelli a spaventare la società. Ciò che fa paura è che abbiamo fatto del nostro corpo un mezzo d’espressione. Incorriamo nel biasimo sociale per non essere rimaste in silenzio e in disparte. Sono stata punita nei modi più tremendi per non aver rinunciato ad esprimere me stessa.

In questi giorni cupi di guerra in Ucraina Inna Ševčenko sul suo profilo Instagram sta continuando il suo impegno denunciando la violenza e soprattutto gli stupri contro le donne ucraine perpetrati dai soldati russi:

Lo stupro è un’arma di guerra, un’arma di guerra proibita! Commettere crimini sessuali contro le donne durante una guerra riflette una motivazione di genere in tempo di guerra, vale a dire l’affermazione da parte degli uomini del loro potere. Ma questi crimini hanno meno a che fare con il soddisfacimento della pulsione sessuale maschile che con i tentativi di disgregare la società. Le umiliazioni e gli stupri delle donne ucraine da parte dei soldati russi sono tentativi di cancellare la nazione ucraina. La violenza sessuale è impiegata come arma di guerra perché per chi la perpetra è economica, facile ed estremamente efficace nel raggiungere l’obiettivo di annientare il nemico. E questo non solo per la durata del conflitto, ma anche per molto tempo dopo la fine della guerra. Le donne e i loro corpi sono campi di battaglia, a maggior ragione durante una guerra. (8 aprile 2022)
