Aleksandra Kollontaj

Gli anni successivi alla Rivoluzione bolscevica (1917/1922) sono stati per le donne russe particolarmente interessanti. In quel breve periodo furono sperimentate soluzioni pionieristiche che posero la Russia tra i paesi più all’avanguardia relativamente alla legislazione sulle donne e sulla famiglia. Le riforme furono presto frenate bruscamente da Stalin, la cui politica al riguardo riportò drasticamente indietro le lancette, condizionando la situazione delle donne russe per molti decenni a seguire.

Una delle principali protagoniste di questi anni rivoluzionari fu Aleksandra Kollontaj. Nata nel 1872 in un’agiata famiglia di Pietroburgo, ricevette una eccellente formazione in casa, come molte ragazze della sua classe sociale all’epoca. Molto presto il suo carattere indipendente iniziò ad emergere. A 21 anni sfidò i genitori non accettando un matrimonio combinato e decidendo invece sposarsi per amore con un lontano cugino, dal quale ebbe subito un figlio.

Iniziò dai primi anni di matrimonio ad interessarsi alla causa dei lavoratori e a collaborare con associazioni clandestine che operavano per la liberazione del popolo russo, avvicinandosi agli ideali della socialdemocrazia. Mentre il ruolo di moglie e madre le andava sempre più stretto, dopo 5 anni di matrimonio decise di lasciare marito e figlio per studiare economia politica a Zurigo, e quindi recarsi l’anno successivo (nel 1898!) in Inghilterra per conoscere meglio il movimento operaio e il partito Laburista.

Convinta del rapporto diretto tra marxismo ed emancipazione delle donne, rientrata in Russia decise di impegnarsi attivamente nel movimento socialdemocratico, cercando di introdurvi la questione femminile. Insieme ad altre donne organizzò i primi circoli di operaie, con l’obiettivo di renderle consapevoli della loro condizione di doppiamente schiavizzate, nel lavoro e nella vita matrimoniale. Era convinta che il matrimonio tradizionale, in una società repressiva e fondata sull’ineguaglianza tra i sessi, fosse un’ulteriore mezzo di sfruttamento della donna. Il partito bolscevico non appoggiava la lotta per la liberazione femminile: i suoi funzionari, per lo più uomini, ritenevano le discussioni su sesso e matrimonio tematiche borghesi, che rischiavano di indebolire la causa della lotta del proletariato. Al contrario, Kollontaj coglieva il nesso profondo tra rivoluzione socialista e liberazione sessuale e sentimentale, individuandolo nei concetti di proprietà e di subordinazione alla base delle relazioni tra uomo e donna nella società borghese. Nei primi anni del ‘900 pubblicò libri sulla questione femminile e partecipò alle prime conferenze sulle donne organizzate dai socialdemocratici e socialisti europei, sostenendo il diritto di voto alle donne.

Nonostante questo si definiva “antifemminista”, in quanto prendeva le distanze dalle femministe borghesi ritenendole interessate a rivendicare i propri diritti all’interno del sistema capitalista, laddove quello che a lei premeva era l’abolizione, per uomini e donne, di tutti i privilegi e i diritti derivanti da nascita e ricchezza a favore della rivoluzione proletaria, accompagnata da una speciale attenzione da parte dello stato per la condizione delle donne e dei loro figli. Allo scoppio della Prima guerra mondiale, Kollontaj assunse posizioni antimilitariste, per le quali venne più volte arrestata.

La guerra è ora il male più spaventoso che incombe su di noi. Finché la guerra continua non possiamo costruire la nuova Russia, non possiamo risolvere il problema del pane, del cibo, non possiamo fermare l’aumento del costo della vita. Mentre, ad ogni ora che passa, la guerra continua ad uccidere e a storpiare i nostri figli e mariti, noi, donne della classe operaia, non possiamo avere pace! Se il nostro primo compito è quello di aiutare i nostri compagni a costruire la nuova Russia democratica, il nostro secondo compito, non meno urgente e più vicino al nostro cuore, è quello di sollevare le lavoratrici affinché dichiarino guerra alla guerra. E questo significa: in primo luogo, non solo capire noi stesse che questa non è la nostra guerra, che viene condotta in nome degli interessi economici di ricchi padroni, banchieri e industriali, ma anche spiegarlo costantemente ai nostri compagni operai e operaie. […] Nella lotta contro la guerra e l’aumento dei prezzi, nella lotta per assicurare il potere in Russia agli emarginati, ai lavoratori, nello sforzo per ottenere un nuovo ordine e nuove leggi, molto dipende da noi, le lavoratrici. Sono passati i giorni in cui il successo della causa dei lavoratori dipendeva solo dall’organizzazione maschile. Ora, come risultato di questa guerra, c’è stato un improvviso cambiamento nella posizione delle donne della classe operaia. Il lavoro femminile si trova ormai ovunque. La guerra ha costretto le donne ad accettare lavori che prima non avrebbero mai pensato. Mentre nel 1912 c’erano solo 45 donne ogni 100 uomini che lavoravano nelle fabbriche, ora non è raro trovare 100 donne ogni 75 uomini. Il successo della causa operaia, il successo della lotta degli operai per una vita migliore – per una giornata lavorativa più corta, per un salario più alto, per l’assicurazione sanitaria, l’indennità di disoccupazione, le pensioni di vecchiaia, ecc. – il successo della loro lotta per difendere il lavoro dei nostri figli, per ottenere scuole migliori, ora dipende non solo dalla coscienza e dall’organizzazione degli uomini, ma anche dal numero di lavoratrici che entrano nelle file della classe operaia organizzata. Più di noi entrano nei ranghi dei combattenti organizzati per la nostra causa e per i bisogni dei lavoratori, prima otterremo concessioni dagli estorsori capitalisti. Tutta la nostra forza, tutta la nostra speranza sta nell’organizzazione! Ora il nostro slogan deve essere: compagne lavoratrici! Non restate isolate. Isolate, non siamo che pagliuzze che qualsiasi capo può piegare alla sua volontà, ma organizzate siamo una forza potente che nessuno può spezzare. Noi, le operaie, siamo state le prime ad alzare la bandiera rossa nei giorni della rivoluzione russa, le prime ad uscire nelle strade per la festa della donna. Affrettiamoci ora ad unirci alle prime file dei combattenti per la causa dei lavoratori! Uniamoci ai sindacati, al Partito Socialdemocratico, ai Soviet dei deputati degli operai e dei soldati! Con le nostre file unite, mireremo a porre rapidamente fine alla guerra sanguinosa tra le nazioni; ci opporremo a tutti coloro che hanno dimenticato il grande precetto operaio dell’unità, della solidarietà tra i lavoratori di ogni paese. Solo nella lotta rivoluzionaria contro i capitalisti di ogni paese, e solo con l’unità tra le proletarie e i proletari di tutto il mondo, raggiungeremo un nuovo e più luminoso futuro: la fratellanza socialista dei lavoratori. (in Rivista Robotnitsa [Donna Operaia], Pietrogrado, 1917, n. 1-2, pp. 3-4)

Finalmente, l’8 marzo 1917 arrivò la notizia tanto attesa dai rivoluzionari russi: grazie alle operaie che avevano acceso la prima scintilla della rivoluzione (al grido di “pane, pace e libertà”), il popolo era insorto e finalmente era riuscito ad abbattere lo zar.

Piccola parentesi: è questo il motivo per cui ancora oggi, dal 1921, l’8 marzo è stata la data scelta per ricordare la Giornata internazionale della donna (all’epoca «Giornata internazionale dell’operaia»), memoria storica persa negli anni successivi a causa della sua connotazione fortemente politica legata a questi avvenimenti. Kollontaj può finalmente tornare in Russia per essere nominata membro del Comitato esecutivo del Soviet di Pietrogrado  (prima volta per una donna) e quindi di nuovo prima donna al mondo membro di un governo in quanto «commissaria del popolo» per l’Assistenza Sociale (vale a dire Ministra). Nel 1918 Kollontaj è tra le organizzatrici del primo congresso delle donne lavoratrici russe che dà vita allo Ženotdel, sezione femminile e femminista del partito dedicata alla promozione della partecipazione delle donne alla vita pubblica, alle iniziative sociali e alla lotta contro l’analfabetismo, che giocò un ruolo fondamentale per far ottenere quell’anno alle donne russe, prime in Europa, il diritto a votare e a essere elette. Durante i 5 anni al governo come ministra (1917-1922), Kollontaj riuscì ad ottenere importanti riforme riguardo alle politiche familiari: fece varare il Codice sul matrimonio, la famiglia e la tutela, che conferiva alle donne la parità sul piano formale e legale (primo paese al mondo), fu istituito il divorzio alla richiesta di uno dei due coniugi senza motivazione, e il diritto agli alimenti, venne abolito il matrimonio religioso, istituito quello civile e abolito lo status di illegittimità dei figli nati fuori dal matrimonio (questa misura in Italia è stata introdotta solo nel 2013, quasi cento anni dopo). Convinta che lo Stato dovesse farsi carico del lavoro domestico e della maternità per consentire la più completa liberazione delle donne, Kollontaj perorò la socializzazione del lavoro domestico, che in quegli anni venne retribuito e collettivizzato. I lavori di casa venivano svolti da donne delle pulizie salariate; in molte abitazioni furono introdotte lavanderie centralizzate e asili. “Nella storia della donna – affermò Kollontaj – la separazione della cucina dal matrimonio è una grande riforma non meno importante della separazione dello Stato dalla Chiesa”. Fin dall’autunno del 1918 fu adottato quindi in tutto il paese un sistema di mense pubbliche (di cui, nei due anni successivi, usufruì regolarmente il 90% degli abitanti di San Pietroburgo). Fu garantito alle donne il diritto all’istruzione e a un salario uguale a quello degli uomini, l’assistenza alla maternità, istituiti asili nido statali e alloggi comunitari per famiglie e persone sole. 

In quegli anni fu fatto tanto anche per la liberazione della sfera sessuale degli individui. Furono previsti gli stessi diritti per le coppie di fatto (i conviventi non sposati), cancellando sostanzialmente la differenza tra convivenza e matrimonio. L’omosessualità fu depenalizzata già nel 1917 e agli omosessuali fu permesso di entrare nel partito bolscevico. Un altro diritto fondamentale che conquistarono le donne russe, nel 1920, di nuovo prime al mondo, fu l’aborto, legale, libero e gratuito, persino in un momento di forte decremento demografico (si cercò anche di costruire una solida rete di aiuto per le madri, in modo da limitare il ricorso a questa pratica). Sembra incredibile, alla luce del fatto che oggi in Russia si sta rimettendo questo diritto in discussione. In quei 5 anni memorabili, i bolscevichi si impegnarono affinché la maternità fosse una scelta e non una condanna all’estromissione dalla vita sociale e lavorativa della donna. Si cercò di tutelare la salute stessa delle donne aprendo 200 consultori per le donne incinte e più di 138 centri per l’allattamento. Furono create apposite strutture di accompagnamento al parto, veri e propri “asili per madri” (135 nel 1921), per tutelare le donne nel periodo delicatissimo prima e dopo il parto. Qui le donne venivano curate, seguite, nutrite, o semplicemente ospitate se non volevano svolgere nei primi mesi di maternità gli altri lavori domestici. In queste strutture potevano trovare rifugio anche donne sposate in fuga dalla violenza come anche donne celibi che qui trovavano cure e riposo. Si trattava insomma della più avanzata legislazione in materia di diritti delle donne al mondo. Kollontaj è stata una donna molto libera, e ha attuato nella sua vita lo slogan “il personale è politico”. Dopo la fine del suo matrimonio, ebbe diverse relazioni, alcune con uomini molto più giovani di lei, cosa che all’epoca fece molto scalpore, come possiamo immaginare – tra queste quella con Šljapnikov [nella prima foto], operaio metalmeccanico di 13 anni più giovane di lei, poi commissario del lavoro per il governo bolscevico, e con Dybenko [seconda foto], sottufficiale di 17 anni più giovane di lei, futuro commissario del popolo per gli affari navali, sposato nel 1918, in quella che probabilmente fu la prima unione civile mai registrata nella storia sovietica e probabilmente nel mondo, da cui divorziò nel 1922.

Visse il sentimento amoroso in modo pieno e profondo, ma non appena intuiva che una relazione poteva rischiare di limitare la sua libertà, la interrompeva senza esitazioni. Convinta che la liberazione sessuale e sentimentale fosse una premessa necessaria alla realizzazione di una libera società socialista, pubblicò diversi testi in cui esponeva le sue teorie, tra cui Largo all’Eros alato!, una lettera indirizzata ai giovani e alle giovani bolsceviche, pubblicata nel 1923, in cui rivendicava “il diritto delle donne di amare liberamente”, affermando che “l’ipocrita morale borghese dell’amore coniugale basato sul possesso dovrà lasciare il posto alla libera unione tra individui uguali”.

Una donna ama un certo uomo dal fondo dell’anima, i loro pensieri, le loro aspirazioni, le loro volontà sono in armonia; ma la forza delle affinità carnali l’attira irresistibilmente verso un altro. Un uomo prova per una certa donna un sentimento di tenerezza piena di attenzioni, di compassione piena di sollecitudine, mentre trova in un’altra comprensione e sostegno per le migliori aspirazioni del proprio io. A quale delle due deve consacrare la totalità di Eros? Perché dovrebbe lacerare, mutilare il proprio animo, se la pienezza del suo essere si realizza unicamente con la permanenza dell’uno e dell’altro vincolo? Nella società borghese questa dicotomia dell’amore, del sentimento, è causa di sofferenze ineluttabili. Per millenni, una cultura fondata sull’istinto di proprietà ha inculcato negli uomini la convinzione che il sentimento d’amore aveva anche su come base il principio della proprietà. L’ideologia borghese ha messo in testa alla gente l’idea che l’amore, compreso l’amore reciproco, dava il diritto di possedere interamente e senza spartizioni il cuore dell’essere amato. Quest’ideale, questo esclusivismo nell’amore, derivava naturalmente dalla forma di unione coniugale stabilita. La morale ipocrita della cultura borghese ha strappato senza pietà le piume delle ali multicolori e sgargianti di Eros, obbligandolo a frequentare unicamente le coppie legittime. Al di fuori del matrimonio, l’ideologia borghese lascia posto unicamente ad un Eros senza piume e senza ali: l’unione sessuale momentanea, sotto forma di carezze comperate (prostituzione) o rubate (adulterio).

Per Kollontaj libero amore non significava promiscuità sessuale, cosa di cui fu accusata strumentalmente in seguito, ma un mutuo sentimento di passione e rispetto, scevro da obblighi sociali e dipendenza economica di un coniuge dall’altro. L’Eros alato di cui ci parla Kollontaj si realizza in relazioni non esclusive, in cui si intrecciano attrazione fisica ed emozioni spirituali e morali, fondate sui principi socialisti di mutuo rispetto, comprensione e sostegno reciproco, all’interno delle quali le donne sono economicamente indipendenti. L’amore risulta così liberato dal ricatto economico, dall’istinto di proprietà, dall’idea di esclusività, da, come scrive Kollontaj, “drammi psicologici dolorosi e irrisolvibili, tipici dell’ideologia borghese e del sistema di vita capitalistico-borghese” causati dal vivere il carattere multiforme dell’amore in modo represso o ipocrita.

L’amore della classe operaia […] trascura completamente la forma esteriore che possono assumere i rapporti d’amore tra i sessi. L’ideologia della classe operaia non impone alcun limite formale all’amore. Al contrario, fin da ora essa guarda soprattutto al contenuto dell’amore.
I principi basilari della nuova morale proletaria:
1. uguaglianza reciproca (nessuna dominanza maschile né schiavitù e annullamento della personalità della donna nei rapporti d’amore) 
2. riconoscimento reciproco dei diritti dell’altro, il che esclude la pretesa di possedere interamente il cuore e l’anima del partner (sentimento di proprietà creato e conservato della cultura borghese)
3. sollecitudine da compagni, attitudine ad ascoltare e comprendere i moti dell’animo dell’essere caro (la cultura borghese esigeva questa sollecitudine dell’amore unicamente da parte della donna)

Le idee pionieristiche di Kollontaj dovettero scontrarsi con la realtà dell’epoca: lo stato non era economicamente in grado di mantenere le promesse fatte durante la rivoluzione relative all’economia socializzata e al sostegno per la maternità alle donne lavoratrici. Milioni di donne russe, anche se si erano immesse nell’economia nazionale, non si erano effettivamente emancipate dai lavori domestici e la morale collettiva era rimasta patriarcale come da tradizione, nonostante le legislazioni avanzatissime di quegli anni. Isolata anche a causa di alcune posizioni politiche minoritarie da lei appoggiate, fu tacciata dalla nomenclatura bolscevica di immoralità e libertinismo.

Le fu ostile anche Lenin, nonostante il suo amore decennale, vissuto parallelamente al matrimonio, per Inessa Armand (la loro storia è raccontata in un bellissimo libro di Ritanna Armeni), altra donna eccezionale dell’epoca, fine intellettuale e politica che per anni fu intima amica e collaboratrice del leader bolscevico e di sua moglie, con i quali condivise progetti politici e vita quotidiana, anche lei convinta sostenitrice, nella teoria e nella sua vita vissuta, del libero amore. Lenin etichettò ingiustamente Kollontaj come “sessualmente anarchica”, con la famosa frase: “Per Kollontaj fare sesso è semplice come bere un bicchiere d’acqua quando si ha sete”.  Nel 1922, ormai emarginata dal partito, Kollontaj decise di chiedere al neo segretario Stalin di essere inviata in missione fuori dal paese. Fu prontamente esaudita e ricoprì per lunghi anni prestigiosi incarichi diplomatici.

Con Marcel Body, delegazione sovietica a Oslo, 1923.

Nel 1924, già plenipotenziaria in Norvegia, venne nominata ambasciatrice, prima donna nella storia mondiale a ricoprire questo incarico (per fare un paragone con l’Italia, basti dire che solo nel 1960 una sentenza della Corte Costituzionale abrogò la norma che precludeva alle donne la carriera diplomatica, e solo nel 2004 abbiamo avuto la prima donna italiana ambasciatrice, Jolanda Brunetti). Negli anni successivi continuò a ricoprire incarichi diplomatici in Messico, Svezia e Norvegia, riuscendo a tenersi lontana dalla politica interna sovietica e dalle purghe staliniane, che coinvolsero molti suoi vecchi compagni e amici.

Morì nel 1952, assistendo da lontano alla veloce svolta autoritaria che l’Unione Sovietica subì in quegli anni: dai primi anni anni ‘30 le donne persero rapidamente molti dei diritti acquisiti per tornare al loro ruolo tradizionale all’interno della famiglia. Nel 1930 vennero chiusi i ministeri dedicati alla questione feminile (tra cui lo Ženotdel), il concetto di famiglia tornò ad essere centrale e nel 1936 furono ritirate le leggi su divorzio, paternità, aborto (l’aborto tornerà legale nel ‘55, comunque 23 anni prima che in Italia); fu ristabilita l’autorità paterna, venne reintrodotta la differenza fra figli legittimi e non; si tornò a dare enfasi alla maternità, tassando i celibi e le coppie senza figli; si abbandonò l’educazione collettiva dei bambini; l’omosessualità divenne nuovamente reato, e ci fu una generale stretta moralista. Molti di coloro che avevano collaborato alla scrittura del codice sulla famiglia o che ne avevano discusso i principi vennero uccisi dal terrore staliniano. Nel 1944 la promulgazione di un nuovo codice familiare cancellò, di fatto, tutte le innovazioni introdotte a livello giuridico in materia di diritto familiare ed emancipazione femminile che si erano raggiunte: la liberazione della donna come sperimentata dai rivoluzionari e dalle rivoluzionarie bolsceviche fece una fine ingloriosa per lasciare posto ad una concezione tradizionalista e puritana della donna e della famiglia in chiave staliniana, i cui strascichi perdureranno a lungo nella cultura e nella società russa, fino all’attuale situazione che merita un approfondimento a parte.

Di Aleksandra Kollontaj ho anche parlato nella puntata del podcast WonderWoman dedicata alla Russia.

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