
“Io vedo tutto. Questo è il mio problema”.
Il 28 marzo, due giorni fa, Novaja Gazeta, il giornale su cui scriveva Anna Politkovskaja, ha sospeso le sue pubblicazioni in Russia, a causa delle minacce di ritorsioni che gli sono state fatte dal governo russo, con un messaggio: “Sospendiamo la pubblicazione del giornale sul sito Web, nelle reti e sulla carta fino alla fine dell’operazione speciale sul territorio dell’Ucraina”, hanno scritto i giornalisti del giornale, una delle pochissime testate indipendenti che erano rimaste in Russia, insieme a una immagine con la scritta: RUSSIA. BOMBARDA. UCRAINA. Una sfida finale alla censura per i media da parte di Putin della parola “guerra”, da sostituire con “operazione speciale”. Qui la dolente intervista rilasciata qualche settimana fa dal suo caporedattore, Dmitrij Muratov, premio Nobel per la pace 2021.
La repressione della libertà di espressione in Russia non è una novità. Anna Politkovskaja è stata una delle giornaliste più coraggiose vissute in Russia da quando Putin è salito al potere, e ha pagato un caro prezzo per le sue coraggiose denunce e i suoi racconti della realtà che la circondava.

Il suo libro La Russia di Putin, fu pubblicato per la prima volta nel Regno Unito nel 2004. Uscito in Italia nel 2005, è stato ristampato due settimane fa da Adelphi. Nonostante, attraverso il suo ritratto impietoso, sapessimo chi fosse Putin, le sue denunce appassionate non sono riuscite a scalfire l’immagine di Putin, né del suo principale sostenitore europeo a detta della stessa Politkovskaja, Berlusconi. Le foto della loro complicità cameratesca hanno dominato nei nostri media per anni, agevolando l’immagine “democratica” di Putin agli occhi di un Occidente pronto a chiudere più di un occhio davanti ad eclatanti violazioni dei diritti umani e della libertà registrati in Russia e nei conflitti da Putin avviati di quegli anni (in primis la seconda guerra cecena). Ma pecunia non olet, si sa.

Si tratta di un libro di forte impatto, una analisi spietata e agghiacciante della situazione sociale, politica russa nel periodo dell’ascesa e del consolidamento al potere di Putin, una fotografia della corruzione, della violenza e della brutalità del sistema mafioso di potere agglomeratosi attorno a Putin, descritto come un nuovo zar dispotico, cinico e strapotente, e dell’acquiescenza di un popolo incapace di reagire, manipolato, passivo e muto, reattivo e onesto solo in rarissimi casi, schiacciati, assassinati, o semplicemente ignorati e ridotti al silenzio.
Anna Politkovskaja fa nomi e cognomi di tutti i complici di Putin, denunciando nel dettaglio le loro malefatte, i crimini, le azioni corrotte, individuando in modo preciso in Putin il responsabile impunito del sistema violento e corrotto e del clima ipocrita, connivente o impaurito esistente nel paese. Le situazioni che vengono scoperchiate sono in primis quella dell’esercito russo, di cui viene descritta nei dettagli l’inefficienza, la corruzione, il nonnismo brutale dei gradi più alti, l’insignificanza dei soldati semplici, trattati come carne da macello, la violenza impunita dei militari nei confronti della popolazione civile durante le operazioni di guerra, con una impressionante dovizia di particolari, nomi, cognomi, eventi, irregolarità processuali, connivenze, coperture, assoluzioni, carriere sfolgoranti e declassamenti spudorati da lasciare senza fiato. Altri settori denunciati nel dettaglio sono quello imprenditoriale e quello legale: anche qui ci viene descritto in modo appassionato e impietoso, con nomi, cognomi, luoghi e date, il sistema corrotto della gestione della legalità in Russia, con tribunali e giudici strettamente conniventi con gli oligarchi, i politici in ascesa e il KGB, secondo un paradigma mafioso saldamente insediatosi nella società russa, che ha allontanato ai margini o eliminato fisicamente le poche persone oneste che hanno cercato di sfilarsi o opporsi, e che ha permesso l’ascesa di imprenditori senza scrupoli, sregolati, violenti e mafiosi.
Poco contano le storie di piccole resistenze dignitose (il capitano Dikij, che nonostante l’estrema povertà ha continuato imperterrito a servire lo Stato nella lontanissima Kamčatka, o gli anziani ecologisti che hanno cercato senza successo di salvare un bosco secolare nei pressi di Mosca dalla speculazione edilizia dei nuovi arricchiti) che Anna Politkovskaja racconta con impotente commozione e profondo rispetto.
Che popolo siamo noi? Come abbiamo fatto a ridurci così?
Se lo domanda Politkovskaja, consegnandoci alcune biografie esemplari, segnate profondamente dal passaggio tra la caduta dell’URSS e l’era El’cin, “quando di colpo non avevamo più nulla, dall’ideologia al salame più scadente, dai soldi alla convinzione che al Cremlino ci fosse un ‘Grande Padre’ che poteva anche essere un despota cattivo, ma che comunque si curava di noi”, che ha consegnato intere generazioni al capitalismo selvaggio o all’alcolismo. Anna Politkovskaja riesce a darci un affresco dell’evoluzione di alcuni esemplari tipo della classe intellettuale russa a lei coetanea (ingegneri, docenti universitari, interpreti, ricercatori), suoi amici di cui ritrova le tracce dopo anni. Da Tanja, ex vicina di casa, ingegnera frustrata in epoca sovietica, che con Putin trova la sua riscossa per trasformarsi in una ricchissima donna d’affari e politica “vincente”, perfetta supporter del Presidente, un “fratello”, “un pragmatico insaziabile come me, un umiliato e offeso dalla vita precedente che ora si vendica del passato” (così lo definisce e si definisce la vecchia amica di Anna), che le ha permesso di emergere in modo così rapido grazie al “capitalismo russo” senza etica né regole se non quella delle mazzette; a Miša, amico di gioventù di Anna, brillante interprete dal tedesco, che con la caduta del regime sovietico si è trasformato in un ubriacone violento e fallito, fino al carcere e al suicidio; all’ex soldato maggiore dell’esercito russo, ex combattente in missioni e guerre per il suo paese, ormai dimenticato una volta non più utile e ridotto in estrema povertà, senza riconoscenza da parte dello Stato servito per anni né rispetto o possibilità di reintegrazione sociale.
Lo spartiacque nello strapotere nell’impunità della politica putiniana e nella remissività della società civile russa viene individuato dalla giornalista nella strage di Nord-Ost che avvenne nel teatro Dubrovka tra il 23 e il 26 ottobre 2002. La giornalista riesce a far materializzare davanti a noi le persone di cui racconta la storia, le vittime, i sopravvissuti, i familiari, facendo emergere il cinismo e la disumanità con cui furono trattati e il significato pari allo zero che le loro vite hanno avuto per il Presidente russo. Il cinismo e l’indifferenza dello Stato di Putin verranno replicati nella strage di Beslan che ebbe luogo tra il 1 e il 3 settembre 2004, che confermerà un periodo fosco della storia russa, segnato da un profondo e brutale atteggiamento razzista nei confronti del popolo ceceno, anche e soprattutto verso inerti cittadini ceceni viventi a Mosca, rendendo ancora più incomprensibile, denuncia Politkovskaja, l’obiettivo di Putin: “Vogliono che i ceceni restino nella Federazione Russa o no?”
La parte finale del libro è dedicata all’analisi della figura di Putin, e a spiegare i motivi per cui “ce l’ha con lui”. Soprannominato Akakij Akakievič Putin II dal nome del protagonista del racconto di Gogol’ Il cappotto (sorprende ricordare le recenti polemiche riguardo al giaccone lussuosissimo di Loro Piana indossato da Putin nel suo discorso allo stadio di Mosca il 25 marzo, in piena guerra), Putin viene descritto impietosamente senza mezzi termini o mezze misure:
Ancora poche ore, e il 7 maggio del 2004 Putin, tipico tenente colonnello del KGB sovietico con la forma mentis – angusta – e l’aspetto – scialbo – di chi non è riuscito a diventare colonnello, con i modi di un ufficiale dei servizi segreti sovietici a cui la professione ha insegnato a tenere sempre d’occhio i colleghi, quell’uomo vendicativo […], quel piccoletto che ci ricorda così da vicino l’Akakij Akakievič gogoliano in cerca del suo cappotto, tornerà a insediarsi sul trono. Sul trono di tutte le Russie. […] Domani, 7 maggio, colui che è stato una loro guardia del corpo, assegnato allo scaglione 25 con il compito di starsene impalato nel cordone di sicurezza quando il corteo VIP sfrecciava oltre, proprio lui, Akakij Akakievič Putin, incederà sul tappeto rosso della sala del trono del Cremlino. Da padrone. Tra lo scintillio degli ori degli zar appena tirati a lucido, mentre la servitù sorriderà sottomessa e i suoi sodali – tutti ex pesci piccoli del KGB assurti a ruolo di grande importanza – gonfieranno tronfi il petto. […] Intorno ai suoi passi aleggia un’aura di rivalsa.
Putin viene dipinto come un despota, incapace di reggere il minimo dibattito democratico:
Putin ha dimostrato più volte di non comprendere il concetto stesso di dibattito. E tantomeno quello di dibattito politico: chi sta sopra non discute con chi sta sotto, e se chi sta sotto si permette di farlo diventa un nemico. Se Putin si comporta in questo modo non lo fa perché è un tiranno e un despota congenito, ma perché così gli è stato insegnato. Queste sono le categorie che gli ha inculcato il KGB e che lui stesso ritiene ideali, come ha più volte dichiarato. Perciò, non appena qualcuno dissente, Putin si limita a chiedergli di “piantarla con gli isterismi”. Per questo rifiuta i dibattiti preelettorali: non sono il suo ambiente, non è capace di parteciparvi, non sorreggere un dialogo. La sua arte è quella del monologo, il suo schema quello militare: da basso rango ero costretto a non fiatare? Ora che sono in cima alla scala parlo, anzi monologo, E che gli altri fingano di essere d’accordo con me. Un nonnismo ideologico che talvolta […] si risolve nell’allontanamento e nell’eliminazione dell’avversario.
Eletto nel 2004, si indigna la giornalista, con il 70% dei voti (“stragrande, folle maggioranza”) per la seconda volta Presidente russo, da un popolo descritto come rassegnato, apatico, indifferente, disilluso, “stanco di tante – troppe – rivoluzioni”, la sua ascesa, denuncia, è stata agevolata dall’Occidente:
Il processo è stato accompagnato da un coro di osanna in Occidente. In primo luogo da Silvio Berlusconi, che di Putin si è invaghito, e che è il suo paladino in Europa. Ma anche da Blair, Schroeder e Chirac, senza dimenticare Bush junior oltreoceano. Il nostro ex KGBista non ha trovato inciampi sul suo cammino. Né in Occidente, né in un’opposizione seria all’interno del Paese. […] Va da sè che, non incontrando resistenza, Putin si è fatto ancora più insolente. Non è vero che non guardi in faccia niente e nessuno, che nulla lo turbi e che si limiti a portare avanti la sua linea per restare in sella. Le guarda, le facce, e come. La osserva attentamente, la nazione che ha sotto di sé. E lo fa perché è un čekista, uno sbirro della polizia segreta. Il suo è il tipico comportamento di chi ha lavorato per il KGB. Per dare informazioni in pasto all’opinione pubblica sceglie una ristretta cerchia di persone che nel nostro caso sono il bel mondo politico della capitale. Lo scopo è tastare il terreno e sondare le reazioni. Se non ce ne sono, o se la reazione è amorfa, gelatinosa, tutto procede per il meglio e si può continuare, si può andare avanti a diffondere le proprie idee e agire come si ritiene opportuno senza troppe remore.
Con questo Anna Politkovskaja non assolve il popolo russo:
I veri responsabili di quanto sta accadendo siamo noi. Noi, e non Putin. Il fatto che la nostra reazione a lui e alle sue ciniche manipolazioni si sia limitata a sparuti borbottii da cucina gli ha garantito l’impunità nei primi quattro anni di mandato. La nostra apatia è stata senza confini e ha concesso a Putin l’indulgenza plenaria per i quattro anni a venire. Le nostre reazioni a quel che ho detto e fatto non sono state solo fiacche, ma impaurite. Abbiamo mostrato di aver paura dei čekisti, inducendoli a perseverare nel trattarci da popolo bue. Il KGB rispetta solo i forti, i deboli di spada li sbrana. E lo dovremmo sapere, ormai. Invece ci siamo scelti la parte dei deboli e siamo stati sbranati. La paura è pane per i denti di un čekista. Non c’è nulla di meglio, per lui, che sentire che la massa che vorrebbe sottomettere trema come una foglia. Era ciò che volevano. Giornali e televisione traboccavano della nostro paura. L’opposizione non faceva che ripetere quanto grande fosse pericolo -e dunque la sua paura – che Putin fosse rieletto… E anche lei è stata sbranata.
Amaramente è costretta a riconoscere come, nonostante le stragi impunite di bambini ceceni, tra bombe e pulizie etniche, la guerra cecena senza fine, tutto resta invariato in Russia. Il suo libro, uno dei suoi ultimi eroici tentativi di scuotere l’opinione pubblica russa, che le costò la vita (fu assassinata nell’ascensore della sua casa, con cinque colpi di pistola, il 7 ottobre 2006 – giorno del compleanno di Putin), si conclude con parole che avrebbero dovuto fare da monito ma che si sono mostrate inefficaci a risvegliare i suoi connazionali così come noi Occidentali nel porre degli argini:
Perché ce l’ho tanto con Putin? Per tutto questo. Per una faciloneria che è peggio del latrocinio. Per il cinismo. Per il razzismo. Per una guerra che non ha fine. Per le bugie. Per i gas nel teatro Dubrovka. Per i cadaveri dei morti innocenti che costellano il suo primo mandato. Cadaveri che potevano non esserci.[…] Siamo solo un mezzo per lui. Un mezzo per raggiungere il potere personale. Per questo dispone di noi come vuole. Può giocare con noi, se ne ha voglia. Può distruggerci, se lo desidera. Noi non siamo niente. Lui, finito dov’è per puro caso, è il Dio e il re che dobbiamo temere e venerare. La Russia ha già avuto governanti di questa risma. Ed è finita in tragedia. In un bagno di sangue. In guerre civili. Io non voglio che accada di nuovo. Per questo ce l’ho con un tipico čekista sovietico che ascende al trono di Russia incedendo tronfio sul tappeto rosso del Cremlino.
Questo libro rappresenta un ulteriore tassello di un quadro che può esserci utile per capire dove ci troviamo, e (forse) come venirne fuori.
