Qual è la situazione dell’attivismo femminista in Cina?
Ve la descrivo attraverso la storia emblematica di cinque giovani attiviste cinesi, le Feminist 5, protagoniste, una decina di anni fa, di coraggiose proteste pubbliche e performances di “guerrilla teatrale” urbana mirate ad attirare l’attenzione dell’opinione pubblica sulla violenza sulle donne e, in generale, sulle discriminazioni di genere in Cina. Le pesante ritorsioni che hanno subito a causa delle loro attività hanno paradossalmente aumentato a dismisura la loro popolarità, anche all’estero, e dato nuova linfa al femminismo cinese, trasformandole in un potente simbolo del dissenso femminista contro uno stato ancora molto patriarcale e autoritario.
I loro nomi sono Li Maizi, Wu Rongrong, Zheng Churan, Wei Tingting e Wang Man.





Il femminismo cinese è cresciuto soprattutto dopo che la Cina ha ospitato a Pechino nel ‘95 la Conferenza mondiale dell’ONU per i diritti delle donne. In quell’occasione, 189 nazioni firmarono la Dichiarazione di Pechino e approvarono una Piattaforma di azione che è tuttora il testo politico più rilevante e più consultato dalle donne di tutto il mondo. In quell’occasione i movimenti coinvolti dichiararono di voler “guardare il mondo con occhi di donna” e proclamarono che “i diritti delle donne sono diritti umani”.

Dalla fine degli anni 2000 l’attivismo cinese cominciò a organizzarsi in modo indipendente dalla Federazione nazionale delle donne cinesi, legata al Partito, grazie soprattutto all’esplosione dei social. Tra il 2010 e il 2011, in particolare Weibo, WeChat e Feminist Voices, nonostante la censura del partito, riuscirono ad agire da cassa di risonanza per le proteste antisessiste e da mezzo di collegamento tra le attiviste provenienti da diverse parti della Cina, coinvolgendo nel risveglio femminista anche gli account di molti “Big V” (grandi influencer) attivi su di essi.



Nel 2012 vennero organizzate da un centinaio di attiviste cinesi una serie di performance di arte comportamentale in tutta la Cina focalizzate su una serie di problematiche non sensibili a livello politico, ma abbastanza rilevanti da sollevare un dibattito pubblico su importanti questioni di genere. Intorno a queste performance si venne a formare una rete di migliaia di sostenitrici, per lo più studentesse universitarie e giovani laureate, residenti nelle città, che rifiutavano il sessismo presente nella società cinese. Nonostante non utilizzassero un linguaggio particolarmente provocatorio, queste iniziative, all’interno di un clima politico autoritario e repressivo come quello cinese, furono percepite come sovversive, e scatenarono la repressione del governo. Tra queste perfomance comportamentali spiccano quelle organizzate da cinque giovani donne, all’epoca tutte tra i 25 e i 33 anni. Si trattava di studentesse universitarie o neoalureate, provenienti da diverse zone della Cina, accomunate da esperienze di abusi, fisici e psicologici, in famiglia, nel luogo in cui vivevano, sul lavoro, alcune di loro lesbiche o bisessuali attive in gruppi LGBT o organizzazioni no profit impegnate nella riduzione della povertà, nella lotta all’AIDS o per i diritti delle donne operaie.
La prima iniziativa rilevante fu organizzata da una di loro, Wu Rongrong, nel 2009, in solidarietà di una donna, Deng Yuijao, che aveva pugnalato un ufficiale governativo che la stava violentando, e si concretizzò in una performance di arte comportamentale, nella quale una donna veniva stesa a terra, imbavagliata e legata con delle lenzuola bianche, circondata da alcune attiviste (per lo più studentesse dell’università di Pechino) con cartelli con su scritto “Potremmo essere tutte Deng Yujiao”. La campagna, che fu accompagnata da una petizione che chiedeva comprensione per il dramma di Deng e il rispetto dei diritti delle donne, ebbe successo, e nel giugno di quell’anno la corte rilasciò la donna.

La seconda iniziativa, da cui nacque il movimento, si tenne nel 2012 e fu chiamata “Spose ferite”. Fu messa in atto da Zheng Churan, Li Maizi e Wei Tingting, insieme all’attivista Xiao Meili. In occasione del giorno di San Valentino, per protestare contro l’assenza di una specifica legge contro la violenza domestica, le ragazze decisero di sfilare per le strade di Pechino indossando abiti da sposa macchiati di sangue finto, insieme ad alcuni cartelloni con su scritto “L’amore non giustifica la violenza”.

Quello stesso anno attuarono la perfomance “Occupa i bagni degli uomini”, durante la quale, per protestare contro la scarsità di bagni pubblici femminili, che provocavano lunghe file di attesa, le donne furono invitate ad usare in massa per protesta un bagno pubblico per uomini nel centro di Guangzhou. La campagna, che simbolizzava il sessismo sistemico e la disattenzione verso le donne della società cinese, ricevette l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica, e gli ufficiali della provincia del Guandong dovettero impegnarsi a fornire più bagni pubblici alle donne. Il gruppo cercò di doppiare l’iniziativa a Pechino, ma la polizia decise di intervenire, interrompendola e sottoponendo a un lungo interrogatorio una delle organizzatrici, Li Maizi.



Nell’agosto del 2012 ci fu a Guangzhou una terza performance, “Sorelle calve”, durante la quale le attiviste si rasarono la testa in pubblico per protestare contro la discriminazione delle donne nelle ammissioni universitarie, che in molte facoltà richiedevano alle studentesse un punteggio più alto degli studenti.

Sempre nel 2012, per protestare contro gli esami ginecologici obbligatori richiesti alle donne che volevano fare servizio civile in Cina, fu messa in scena da alcune attiviste universitarie, davanti all’Ufficio Risorse Umane locale, una performance di arte comportamentale in cui indossavano mutande di carta con scritto il carattere “esame” sbarrato da una X rossa, insieme a cartelloni con su scritto: “Niente esame ginecologico” e “No domande sulle mestruazioni”.

Nel 2013, Li Maizi partecipò a una festa del gruppo Feminist Voices a Pechino con un vestito da sposa bianco coperto da sangue finto per celebrare il divorzio e la concessione della prima ordinanza restrittiva emessa dal tribunale di Pechino per violenza domestica contro Li Yang, un docente di inglese molto popolare in Cina, che aveva più volte brutalmente percosso sua moglie, la americana Kim Lee, ed era stato costretto ad ammettere le violenze solo dopo che lei aveva postato sui social foto che testimoniavano i suoi abusi. Durante la perfomance Li Maizi teneva in mano un cartello che diceva “Vergognati, colpevole Li Yang!”
Nel 2015 il governo decise di non tollerare più questo genere di iniziative. L’occasione che spinse il governo ad una repressione incredibilmente violenta fu l’iniziativa organizzata dalle cinque attiviste nel 2015. Riguardava il grave problema delle molestie sessuali sui mezzi pubblici e partì da Zheng Churan che decise, qualche giorno prima dell’8 marzo, di stampare alcuni stickers colorati da distribuire nelle metropolitane e sugli autobus, in diverse città della Cina, in occasione della Giornata internazionale della donna, con slogan come “Se vieni molestata, URLA!”, affiancata da una donna urlante, o “Combatti le sanguisughe”, o “Prendete i molestatori. Polizia, andate a prenderli!”, accompagnata da una foto di alcuni poliziotti. Gli stickers furono inviati via mail a diverse attiviste, soprattutto studentesse universitarie.
La notte del 6 marzo iniziò la violenta reazione della polizia, che si presentò a casa di tutte e cinque le attiviste, le condusse presso la stazione di polizia, le sottopose a lunghi interrogatori senza avvocato e ad una lunga serie di abusi (tra cui il sequestro dei loro computer, privazione degli occhiali e delle scarpe, detenzione in una piccola stanza prive di riscaldamento mentre la temperatura era sotto lo zero), per poi metterle in stato di arresto. Durante la detenzione, che durò 37 giorni, le Feminist 5 subirono costanti violazioni dei diritti umani: furono private delle cure mediche di cui alcune di loro avevano seriamente bisogno, svegliate per interrogatori notturni, durante i quali subirono violenza fisica e psicologica, per farle confessare e dichiararsi colpevoli, costrette ad essere legate o ammanettate al letto tutta la notte, più volte insultate e minacciate di stupro di gruppo dagli agenti. Anche i loro familiari ricevettero minacce di spionaggio o di essere messi sotto sorveglianza a vita, furono costretti a fare video o scrivere lettere in cui pregavano le figlie di confessare i propri crimini o le rimproveravano per il loro comportamento, e dovettero subire arresti domiciliari e angherie varie.


In Cina i social si mobilitarono all’istante. Sulle piattaforme Weibo e WeChat furono organizzate campagne di solidarietà. Mentre la paura e l’autocensura dopo il massacro di piazza Tienanmen del 1989 avevano segnato il comportamento di gran parte di intellettuali e operatori delle ONG, la generazione più giovane non aveva conosciuto questo trauma. Supportati dai nuovi media, dall’arte e dal coraggio, queste giovani attiviste, nonostante le intimidazioni del governo, iniziarono a reagire in gran numero. Diverse attiviste postarono per ogni giorno di detenzione foto in cui indossavano maschere con le facce delle Feminist 5 in posa in giro per la città, solidarizzando con le attiviste in modo anonimo, per evitare ritorsioni da parte della polizia.






La vicenda, grazie ai social, catturò presto l’attenzione internazionale. Il loro arresto era avvenuto proprio i giorni precedenti l’8 marzo, e poco prima dei preparativi del summit dell’ONU sui diritti delle donne che doveva essere tenuto a New York insieme al presidente Xi Jinping, in memoria del ventennale della Conferenza di Pechino. Risultò ironico che proprio il paese che aveva ospitato un evento così importante per i diritti delle donne si stava rendendo protagonista di un atto così eclatante di violazione dei diritti umani su alcune attiviste femministe colpevoli solo di aver organizzato una iniziativa contro le molestie. Gli hashtag #FreeBeijing20Five e #FreeTheFive si diffusero a livello globale su Twitter, Facebook e Instagram, e diversi leader mondiali reagirono con indignazione (tra questi Hillary Clinton e Biden).
La parola feminist divenne politicamente sensibile e soggetta a censura aggressiva da parte della polizia, ma la dissidenza sui social, invece di farsi intimidire, si spostò su piattaforme criptate, passando da una all’altra nel momento in cui diventavano più popolari e quindi più a rischio, rafforzando i legami all’interno della comunità attivista. Stickers che chiedevano il rilascio delle attiviste furono incollati sui muri e nelle toilettes pubbliche, vennero organizzate petizioni, tra cui una firmata da circa cento avvocati per i diritti umani, e da studenti universitari, che non indietreggiarono davanti a note di demerito, a minacce di espulsione, alla convocazione da parte degli ufficiali universitari, a intimidazioni da parte della polizia e degli agenti della sicurezza nazionale. Anche diversi gruppi di lavoratori, precedentemente aiutati da una delle attiviste, espressero solidarietà nei confronti delle Feminist 5.

Grazie a queste pressioni le attiviste riuscirono a scampare all’accusa di “assembramento e disordini in luogo pubblico”, per la quale la legge cinese prevede la reclusione fino a 5 anni o più, e a essere rilasciate su cauzione. Tuttavia rimasero “sospettate criminali” e per un anno non hanno potuto viaggiare senza il permesso del governo e hanno continuato a ricevere restrizioni, minacce, intimidazioni, interrogatori, oltre al divieto di svolgere ulteriori iniziative femministe. Per il governo e per il Partito un risveglio femminista evidentemente rappresentava un potenziale pericolo di destabilizzazione dell’ordine sociale. Il timore era che le donne, nel rifiutare di accettare le norme di genere tradizionali, potessero minacciare la stabilità di uno stato autoritario che si basa su un sistema di fatto ancora profondamente patriarcale e deferenziale.
Dopo questo evento si sono registrati in Cina sia progressi che passi indietro per quanto riguarda i diritti delle donne. Da un lato, è stato approvata la prima legge contro la violenza domestica, nel dicembre 2015, un evento molto importante.
Dall’altro, la pressione e il controllo dello stato sulle ONG e sulle attiviste femministe sono cresciuti, così come la repressione nei confronti di chi ha cercato di protestare contro le violazioni dei diritti umani da parte del governo. Nel 2018 il popolarissimo account Feminist Voices presente su Weibo è stato sospeso per 30 giorni, e poi definitivamente chiuso, dopo aver pubblicato alcuni post in supporto dello sciopero internazionale delle donne e contro Donald Trump.

Tuttavia, grazie al fatto che le tematiche femministe sono diventate sempre più presenti sui social, le donne cinesi stanno diventando sempre più attive nella lotta contro le discriminazioni di genere. Dopo il loro rilascio, le Feminist 5 non si sono arrese e hanno mantenuto la volontà di continuare a lottare con ironia e leggerezza, come si può riscontrare non questo video del 2015, in cui reclamano con ironia di voler riavere il lavoro che hanno perso dopo il rilascio perché “a casa si annoiano”. “Ho dovuto mettermi in proprio, ora sono una businesswoman fallita”. Denunciano con leggerezza il fatto che non siano ancora di possesso del computer e del telefono sequestrati dalla polizia, che non possano lasciare il paese e che nessuno osa più compiere azioni pubbliche. Chiedono che cadano i capi di cui sono accusate. Il tono è leggero e ironico, ma non aggressivo. La canzone che cantano all’inizio è la rielaborazione cinese di Do you hear the people sing?, brano tratto dal musical Les Misérables, ed è diventato un po’ l’inno delle giovani femministe cinesi. Le parole tradotte dal cinese dicono:
Credi anche tu / che il mondo dovrebbe essere uguale / questa è una canzone che diffonde uguaglianza e dignità / una canzone per tutte le donne. / Vuoi unirti a me / nell’eterna lotta per la parità di diritti / Liberiamoci dalle catene / e reclamiamo la forza delle donne. / Non voglio avere paura quando esco / Voglio essere bella senza essere molestata / Proteggimi ma non costringermi / Perché dovrei perdere la mia libertà? / Svegliati! Non dovrei essere io quella da incolpare. / Canto per me stessa / Non per il tuo giudizio / Amo il mio corpo unico / qualunque forma esso abbia / Ho aspirazioni splendenti / e molti desideri / Di fronte al dubbio e al ridicolo / Le difficoltà mi fanno crescere.
Negli anni seguenti alcune di loro si sono trasferite all’estero per studiare e specializzarsi in Legge o discipline legate ai diritti umani, altre sono rimaste in Cina impegnandosi nella lotta per i diritti delle operaie. L’arresto delle Feminist 5 ha segnato un punto cruciale nella lotta dei diritti delle donne in Cina, dando vita a una mobilitazione di massa che non si vedeva dal movimento di piazza Tienanmen del 1989 e mostrando al mondo quanto un piccolo gruppo di giovani femministe possa essere in grado di minacciare un regime autoritario. Il nervosismo del governo riguardo a questo caso riflette la paura delle potenziali connessioni tra i diritti delle donne e le più ampie richieste di democrazia e di diritti umani da parte delle e dei giovani cinesi. Per questo conoscere e sostenere le coraggiose attiviste femministe cinesi (e anche di altri paesi autoritari) nella loro lotta per i diritti delle donne è fondamentale per tutte e tutti noi, soprattutto in questo momento storico.
Biografie delle F5

La più famosa delle cinque attiviste arrestate nel marzo del 2015, Li Tingting, conosciuta con il soprannome di Li Maizi, proviene da una famiglia con lunga storia di abusi, fatti di violenze fisiche e psicologiche da parte di suo zio e suo padre nei confronti suoi e di sua madre. Quando si trasferisce per studiare presso l’Università di Chang’an, nello Xi’an, incontra diversi studenti queer, fa il suo coming out come omosessuale, entra a far parte di un gruppo in sostegno dei diritti della comunità LGBT, scopre il femminismo e inizia a lottare per una prospettiva femminista nelle azioni del gruppo. Dal 2012 prende parte a diverse iniziative, tra cui “Spose ferite” e “Occupa i bagni dei maschi”, tanto che la polizia esorta l’Università di Chang’an a prendere misure disciplinari dopo averla detenuta per l’iniziativa “Occupa i bagni dei maschi”.Prima di ciò, era già stata identificata come personalità problematica per il fatto che era l’unica studentessa della sua classe a non aver aderito al Partito Comunista. Nel 2013 inizia a lavorare a tempo pieno per l’ufficio di Pechino della Yirenping e si impegna in una protesta per il caso legale di una donna americana, Kim Lee, che chiedeva il divorzio da suo marito, la celebrità cinese Li Yang. Li, con indosso il vestito da sposa macchiato di sangue finto, si ferma fuori dall’aula del tribunale di Kim Lee reggendo un cartello con scritto: “Vergognati, colpevole Li Yang!”. Il processo si conclude con la concessione del divorzio.

Zheng Churan, conosciuta col soprannome di Coniglio Gigante (Datu) che al momento dell’arresto aveva 25 anni, era laureata da poco e viveva ancora a Guangzhou con i suoi genitori, è stata coinvolta in attività femministe sin da quando era studentessa in sociologia e biblioteconomia all’Università di Sun Yat-sen di Guangzhou, dove si era interessata al femminismo, si era inserita un un gruppo di studenti LGBTQ, identificandosi come queer. In seguito, però, avendo capito che nel gruppo di cui era entrata a far parte vi erano atteggiamenti sessisti nei confronti delle donne, aveva formato un gruppo a parte, le Sinner-B, con la sua amica e attivista Liang Xiaowen e altre ragazze. I membri del gruppo, soprattutto studenti, collaboravano a forme di arte comportamentale. Nel 2012 il gruppo si è unito al Gruppo di Lavoro per la Parità di Genere gestito da un’altra delle Feminist Five, Wu Rongrong, e affiliato a Yirenping. Durante la protesta “Occupa i bagni dei maschi”, organizzata da questo gruppo, Zheng ha la possibilità di incontrare altre attiviste, tra cui Li Maizi, a cui si unisce per l’iniziativa “Spose ferite”. Dopo la laurea inizia a lavorare definitivamente per il Gruppo di Lavoro per la Parità di Genere. Zheng, inoltre, si è sempre interessata anche ai diritti delle donne appartenenti alla classe operaia. Nel 2014, infatti, si è recata giornalmente a fotografare lo sciopero delle operatrici sanitarie del campus della sua università, per rimediare al fatto che i fotografi dei media ufficiali fotografavano solo gli operatori maschi, anche se l’80% di loro erano donne. L’attivista ha poi pubblicato online la raccolta di foto intitolandola “Queste sono donne con forza e potere”. È stata proprio Zheng ad organizzare nel 2015 la campagna contro la violenza sessuale che ha causato il suo arresto e quello delle sue compagne.

Wu Rongrong, che al momento dell’arresto aveva trent’anni, è una veterana del movimento femminista. Cresciuta in un villaggio povero dello Shanxi, a sei anni aveva già iniziato a lavorare nei campi con il padre. Da adolescente le viene diagnosticata l’epatite B cronica. Frequenta gli studi universitari presso la l’Università delle Donne Cinesi a Pechino, dove fa volontariato in organizzazioni no-profit volte che si occupano di questioni come la riduzione della povertà, i diritti delle donne, e l’AIDS. Prima di trasferirsi a Pechino per studiare, aveva subito delle molestie da parte degli ufficiali del suo villaggio, che avevano sfruttato la sua vulnerabilità nel momento in cui aveva richiesto loro di certificare la sua residenza, cosa necessaria per la domanda di borsa di studio per l’università e ancora prima, a 19 anni, era sfuggita per poco a un altro abuso sessuale. Ciò l’ha portata a voler lavorare nell’ambito della difesa dei diritti delle donne, infatti, nel 2007 lavora sia per l’ONG dedicata specificatamente all’aiuto delle persone affette da AIDS, l’Istituto Aizhixing di Pechino, sia per Yirenping. Nel 2009 organizza la prima campagna rilevante di Yirenping sui diritti delle donne in difesa di Deng Yujiao, una donna che aveva pugnalato un ufficiale governativo che la stava stuprando e, negli anni successivi, si è occupata anche di violenza domestica, aiutando ad organizzare l’iniziativa delle “Spose ferite” oltre che una petizione contro violenza domestica di circa 10 000 firme. Insieme al suo team portano avanti dei progetti per combattere la discriminazione di genere nelle assunzioni e performance di arte comportamentale contro gli esami ginecologi obbligatori richiesti alle donne che vogliono prestare servizio civile in Cina. Nel 2014, poi, ha fondato il Centro Weizhiming per i Diritti delle Donne ad Hangzhou.

Wang Man, al momento dell’arresto aveva 33 anni. Laureata in relazioni internazionali, era stata una di quelle donne vittime di discriminazioni sul posto di lavoro. Infatti, per il suo primo lavoro come insegnante di inglese in un prestigioso liceo di Tianjin, alle donne era richiesta una laurea magistrale, mentre agli uomini, per la stessa posizione, era richiesta solo una laurea triennale. A causa di questa disparità lascia il lavoro. Dal 2010 aveva iniziato a lavorare un ONG di Pechino che si occupava della riduzione della povertà. Qui ha incontrato diverse attiviste femministe e aveva avuto il suo risveglio, tanto che poco dopo si unisce alle loro campagne, tra cui “Occupa i bagni degli uomini”, e inizia scrivere articoli sull’uso dell’attivismo femminista di strada in Cina, che, però, le si sono ritorti contro nel momento in cui è stata arrestata.

Wei Tingting (conosciuta con il soprannome di Waiting), infine, aveva già iniziato il suo attivismo durante il secondo anno di studi presso l’Università di Wuhan, dove aveva messo in scena una rappresentazione di The Vagina Monologues. Nel 2012 ha partecipato all’iniziativa “Spose ferite” e, più tardi, è diventata project manager presso l’Istituto per il Gender Health Education Institute di Pechino, presso il quale aveva collaborato nell’organizzazione della marcia annuale “AIDS Walk”sulla Grande Muraglia. Wei ha lavorato anche come direttrice presso l’ONG per i diritti della comunità LGBT Ji’ande.
