Shamsia Hassani

“L’arte è più forte della guerra”

Sembra che l’obiettivo della vita di alcune persone sembra sia rendere il mondo un posto peggiore. Shamsia Hassani non è tra queste.

Shamsia Hassani è una giovane artista afgana di 33 anni, la prima donna a fare street art in Afghanistan. Dal 2010 ha colorato le macerie di Kabul, lavorando in un contesto terribile, resistendo con la bellezza dell’arte alle brutali condizioni di vita del popolo afgano, in particolare delle donne afgane, che conosciamo. Kabul da anni si è trasformata in uno dei posti peggiori al mondo dove vivere per le donne, costrette a subire norme sociali e religiose che hanno reso molto difficile per loro le possibilità di esprimersi e realizzarsi e le ha rese facile bersaglio nel momento in cui hanno ricoperto ruoli pubblici. Anche per questo, se essere una street artist è difficile ovunque nel mondo, farlo a Kabul nello scorso decennio ha significato qualcosa di eroico.

Nata nel 1988 a Teheran, in Iran, da genitori originari di Kandahar, fuggiti dalla guerra che ha funestato l’Afganistan per anni, Shamsia sa cosa significa lottare per avere la possibilità di esprimersi. Già da piccola rifugiata, appassionata del disegno e dell’arte, ha dovuto rinunciare a seguire gli studi artistici perché in Iran ai profughi afgani non era concesso. Nel 2005, dopo la caduta dei talebani e durante l’occupazione americana, l’Afghanistan all’inizio sembra poter rivivere una nuova stagione di pace e libertà. Molti profughi in quegli anni decidono di rientrare in patria, credendo nel sogno di rinascita del loro paese di origine. Tra di loro ci sono i genitori di Shamsia. Lei ha 16 anni, e può finalmente iscriversi all’Accademia d’arte di Kabul. E’ così brava che molto velocemente conclude gli studi e diventa a poco più di 20 anni giovanissima docente della stessa Accademia.

Nel 2010 segue casualmente un corso di graffiti art tenuto da uno street artist britannico, e si appassiona a questo mezzo espressivo. Mentre la situazione a Kabul è sempre più instabile, per il conflitto mai sopito tra talebani e americani, la condizione delle donne è confusa e contraddittoria, e di anno in anno si fa sempre più difficile. Da una parte le donne, sembrano possano godere delle libertà negate dai talebani fino a pochi anni prima di studiare, laurearsi, occupare posti di lavoro anche prestigiosi, dall’altra le voci più libere (giornaliste, attiviste, intellettuali) continuano ad essere vittime di attentati, intimidite o spinte ad allontanarsi all’estero.

Questo contesto storico è molto importante per comprendere il coraggio di questa giovane artista. Nelle mani di Shamsia la street art diventa uno strumento di espressione con una valenza poetica e politica fortissima. I suoi disegni, realizzati sulle macerie di una città devastata dalla guerra, mirano a portare poesia per strada in modo gentile e indiretto, ad “abbellire con i colori una città immersa nell’oscurità della guerra”, cercando di far svanire negli abitanti di Kabul il ricordo doloroso di un lunghissimo conflitto ancora in atto.

Fare arte di strada per lei è un modo eccezionale per avvicinare il suo popolo alla bellezza e all’arte, individuando un mezzo espressivo capace di parlare ad un pubblico che diversamente non avrebbe mai avuto alcun contatto con l’arte. Le gallerie d’arte e i musei sono infatti poco presenti nel territorio afgano, mentre i muri abbandonati e le macerie purtroppo abbondano. I graffiti si sono rivelati quindi un modo ideale per far arrivare l’arte a un vasto pubblico, entrando molto facilmente nella quotidianità della gente. Inoltre, mentre negli USA e in Europa i graffiti sono considerati ancora vandalismo e sono quindi illegali, in Afghanistan la tecnica è accettata, tanto che Hassani l’ha insegnata per anni anche all’Università di Kabul.

I graffiti hanno rappresentato, come lei stessa ha dichiarato, “un modo gentile di combattere”. “Le persone sono stanche delle parole. Le immagini sono più potenti, più efficaci, riassumono moltissime parole e parlano in modo amichevole, portando le persone a cambiare idea e ad aprire la mente”, ha detto. In questo il suo progetto è simile a quello di molti altri street artist, tra i più noti Banksy con i suoi famosissimi murales in Palestina (a cui lei stessa si è spesso esplicitamente ispirata), o Aeham Ahmad (Iham Amèd), il pianista di Yarmouk che in Siria suonava tra le macerie.

Attraverso le sue bombolette spray, Shamsia Hassani ha cercato di cambiare la città di Kabul, non solo come aspetto, ma in profondità. “Attraverso la mia arte, combatto per i diritti delle donne”, ha dichiarato l’artista in un’intervista. La scelta di avere come personaggio protagonista delle sue opere una donna ha un forte valore politico: le donne in Afghanistan subiscono da anni molte più restrizioni rispetto agli uomini e sono di fatto invisibili e senza voce. Dipingere sui muri per strada donne di grandi dimensioni, che indossano colorati vestiti tradizionali, in forme moderne, non statiche, o coperte da burqa trasparenti, che rivelano la loro figura nascosta al di sotto ma palpitante di vita, ha avuto l’obiettivo di “far sì che le persone le guardino in modo diverso”, le vedano più forti, presenti, vitali. E’ stato un piccolo terremoto gentile, che è arrivato in modo semplice e diretto al cuore della gente comune. 

Le sue immagini sono stilizzate e colorate, facilmente identificabili e molto evocative, sono personaggi eterei e sognanti, che si contrappongono con la loro grazia alla brutalità dei talebani. Vi invito a cercarle sui social, dove Shamsia Hassani è presente (sia su Instagram che su Facebook), o sul suo sito. Disegnate sempre senza bocca, e con gli occhi chiusi perché, dice, “non c’è niente di bello da vedere”, è meglio ignorare quello che le circonda, per “provare meno dolore”, le donne di Shamsia spesso imbracciano o suonano uno strumento musicale (una pianola, una chitarra), simbolo dell’arte attraverso cui acquistano voce.

Realizzare le sue opere non è stato semplice per Shamsia, ha spesso incontrato problemi, sia per la scarsa sicurezza della città, in cui le esplosioni hanno fatto per anni parte della quotidianità, sia per la diffidenza se non proprio l’aperta ostilità delle persone dalla mentalità più ristretta, che si ritrovavano a passare vicino a lei mentre lavorava, dicendole che nell’Islam disegnare immagini non è permesso, o per l’opposizione dei proprietari dei muri delle case, che spesso non apprezzavano i suoi soggetti o semplicemente temevano ritorsioni se le avessero concesso il permesso di disegnare. Di conseguenza è sempre stata molto vigile e molto veloce, cercando di realizzare opere che potessero essere concluse in 15 o 20 minuti, scegliendo zone isolate o sicure, muri privi di proprietari e non troppo grandi, orari non di punta, per poter eventualmente smettere velocemente di dipingere e scappare. Spesso ha dovuto lasciare incompiuti i suoi graffiti.

Negli ultimi anni, essendo aumentati i pericoli del continuare a disegnare le sue opere per strada, ha realizzato un progetto chiamato Dreaming graffiti in cui realizza graffiti immaginari lavorando con Photoshop su fotografie di luoghi non accessibili (ad esempio, la nicchia dei Buddha di Bamiyan, fatti saltare con la dinamite il 12 marzo 2001 dai Talebani, vicino alla quale ha disegnato una delle sue donne fluttuanti mentre sparge dei semi di soffione, fiore simbolo di forza, speranza e fiducia, spesso presente nei suoi disegni). 

I graffiti degli ultimi anni si fanno sempre più cupi, registrano il clima sempre più pesante che si respira a Kabul e in tutto l’Afghanistan.

Il 18 agosto scorso Shamsia ha pubblicato sui social (l’artista è presente su Facebook e su Instagram, oltre ad avere un sito web) l’immagine, diventata subito iconica, di una donna inginocchiata in lacrime all’ombra di un talebano che imbraccia un mitra, mentre a terra si è rovesciato il suo vaso con il soffione bianco, spesso da lei disegnato, rendendoci testimoni impotenti della tragedia di un popolo e delle sue donne.

Subito dopo, è stata costretta a fuggire, come moltissime altre persone di cultura (e non) afgane. Da allora, ogni tanto torna fugacemente sui social, dopo periodi di cupo silenzio, per pubblicare qualche disegno dolente accompagnato da un breve triste commento. Nel disegno The curse (La maledizione), la donna raffigurata su uno sfondo di talebani minacciosi, soffia su un fiore, spargendo nell’aria i semi del soffione, questa volta, a differenza del solito, significativamente neri, in segno di lutto.

La BBC l’ha inserita tra le 100 donne più rappresentative del 2021. Nel condividere su Facebook la notizia di questo importante riconoscimento, Shamsia ha commentato: “In questo freddo e triste inverno con la situazione attuale che sta devastando l’Afghanistan e il mio popolo, non so se questa notizia sia piacevole per i miei compatrioti o meno. Vi prego di perdonarmi se il mio unico sostegno per la mia gente si è sempre limitato alla pittura e agli articoli di cronaca. L’artista e la sua arte forse non curano il dolore del nostro paese, ma i nostri artisti hanno sempre lavorato al meglio delle loro capacità per il popolo e per il paese”.

Appena insediati al potere mesi fa i talebani hanno cancellato i suoi murales dalle strade, insieme a quelli di altri street artist, ed è di questi giorni la notizia che i talebani hanno vietato alle ragazze di andare a scuola oltre la prima media, commentata da Shamsia sui social con questo disegno:

Con il suo lavoro Shamsia Hassani ci indica una direzione e un metodo, da perseguire con coraggio, anche nei momenti di buio e sconforto, in cui il presente non è fatto che di macerie e il futuro è difficile e incerto. “Art is stronger than war” (“L’arte è più forte della guerra”).

(L’articolo può essere ascoltato in versione audio nel podcast WonderWoman).

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