Femen

Conoscete le Femen vero? Sapevate che sono ucraine e che sono state molto attive nel loro paese (e dintorni) negli anni a ridosso della rivoluzione EuroMaidan, protestando a seno nudo proprio contro Janukovyč, Lukašenko e Putin, subendo pesantissime ritorsioni?

Qui vi racconto la loro storia.

Il mio corpo è la mia unica arma”

In questi giorni bui per il popolo ucraino e per tutto il mondo sto leggendo molto sulla storia ucraina, per cercare di capire cosa è successo e cosa sta succedendo, interpretare cosa c’è dietro la resistenza eroica e disperata di un popolo coraggioso e appassionato. Ho voluto rivedere un documentario che avevo visto anni fa sul movimento delle Femen, che come immaginavo, rivisto con lo sguardo di oggi, mi ha dato molti spunti in più per comprendere il presente. Il documentario, girato da Alain Margot, un regista che per tre anni ha seguito e filmato il gruppo delle Femen nella loro vita quotidiana e nelle loro performance più importanti del periodo tra il 2010 e il 2012, si chiama Je suis Femen, ed è reperibile su YouTube.

Il gruppo delle Femen mi ha sempre colpito. L’attivismo di queste ragazze coraggiose e indomite non sempre è stato conosciuto e compreso nella loro portata politica rivoluzionaria, ma è stato spesso sottovalutato, frainteso se non denigrato. Le loro azioni hanno avuto un enorme valore simbolico e concreto in paesi come l’Ucraina, la Bielorussia e la Russia, nei quali, come stiamo vedendo, la libertà di espressione non è stata e non è una cosa scontata.

Negli anni poco precedenti la rivoluzione di EuroMaidan (su Netflix segnalo un bel documentario su questo importante evento della recente storia ucraina, Winter on fire) usare il proprio corpo nudo come strumento politico di narrazione e protesta contro le ingiustizie, la corruzione, la repressione della libertà di personaggi di dittatori della portata dell’allora presidente ucraino Yanukovyč, degli attuali presidenti della Bielorussia, Lukašėnka, e della Russia, Putin, è stata una scelta coraggiosa e radicale, che ha portato spessissimo a subire incarcerazioni, botte, minacce, umiliazioni, fino ad essere costrette ad andare in esilio per timore di essere uccise.

Il movimento nasce il 10 aprile 2008 a Kyïv (Kiev) grazie a 3 giovani attiviste di Chmel’nyc’kyj (una cittadina a ovest dell’Ucraina), Oksana Šačko (allora 19nne), sensibile artista, Olexandra Ševčenko (allora 20nne), e Hanna Hucol (allora 24nne), l’organizzatrice e mentore del gruppo. Dietro il gruppo in quegli anni nell’ombra, c’è anche un uomo, Viktor Svyasky, figura controversa allontanata dopo il trasferimento a Parigi, sorta di emancipazione definitiva (la storia del rapporto ambiguo è raccontata dall’interno nel film Ukraine is not a brothel, che non sono ancora riuscita a vedere ma che credo sia molto interessante). Nel 2009 si aggiungerà al gruppo Inna Ševčenko (allora 19nne), una giovane giornalista che presto sarà licenziata per il suo attivismo. Qui un suo video del 2015 in cui si racconta.

Riunitesi per approfondire e studiare tematiche legate agli stereotipi di genere, alle discriminazioni e al sessismo presente nella loro società, dopo il trasferimento a Kyïv (Kiev) fondano il Nuovo Comitato Etico, nel quale svolgono un lavoro di volontariato a favore di bambini orfani. Una delle prime performance che le vede tutte e quattro insieme, insieme ad altre ragazze, ancora solo in biancheria intima, si tiene il 23 maggio 2009 e si chiama Ukraina ne bordel! ( “L’Ucraina non è un bordello!”). In seguito alla caduta dell’Unione sovietica, l’Ucraina aveva vissuto un periodo pesante di crisi, con la chiusura di molte fabbriche che aveva causato la perdita del lavoro per moltissime persone e una generale situazione di povertà che aveva portato molte donne a prostituirsi per sopravvivere, tanto da trasformare il paese in meta di turismo sessuale. Da qui lo stereotipo che stigmatizzava tutte le donne ucraine come prostitute senza denunciare il contesto sociale e politico che aveva determinato quella situazione (stereotipo ancora presente, come possiamo riscontrare dal recente fuorionda di Lucia Annunziata).

Nel 2010, a Mykolaiv, una cittadina a sud dell’Ucraina (che stiamo vedendo in questi giorni rasa al suolo dalle truppe di Putin), una diciottenne fu stuprata e bruciata viva da 3 uomini, poi rilasciati in quanto figli di ufficiali ucraini. Le Femen decisero di protestare, questa volta a seno nudo, chiedendo l’arresto degli stupratori.

L’idea ebbe un enorme successo mediatico, e da allora diventò il loro elemento caratterizzante. Avevano intuito lo stretto legame esistente tra corpo, nudità, sessualità, repressione: esponendosi volontariamente in topless, scrivendo gli slogan sul seno nudo, si trasformavano da oggetto sessuale in soggetti parlanti. Attraverso il corpo, prendevano parola, il seno da strumento erotico si trasformava in mezzo di comunicazione di messaggi scomodi, che altrimenti non sarebbero mai arrivati all’opinione pubblica e ai destinatari delle proteste e delle denunce.

“Corpi nudi e politica: una combinazione esplosiva”, come sottolinea Oksana Šačko in una intervista.

La scelta iniziale di coinvolgere donne belle, aggressive e sexy era consapevole e finalizzata, come dichiarano loro stesse, a smascherare quel paradosso che nella nostra società porta a domandarsi:

“Come può una donna così bella, che normalmente incontreresti in un salone di bellezza, essere una femminista? Perché questo oggetto sessuale sta protestando? Sono abituato a vederla nei film porno, sui giornali, nel mio letto, in cucina, non sono abituato e vederla protestare.”

Uno degli obiettivi dichiarati è sconvolgere lo stereotipo della donna oggetto, bella, sexy, muta o oca, in cui le ucraine erano incastrate.

“E’ successo nel 2010. Stavamo pensando al modo migliore per denunciare la prostituzione. Volevamo destabilizzare gli oligarchi al potere. Come donne, cosa possiamo fare di più per esprimere la nostra rabbia? Abbiamo deciso di spogliarci. Abbiamo iniziato in maniera sperimentale e poco a poco il gruppo si è formato. Alcune ragazze non hanno voluto partecipare, ci hanno lasciato, altre hanno voluto diventare ancora più radicali. La nostra azione è il modo più pacifico per protestare. Cosa c’è di meno violento di una donna nuda?” (Oksana Sasko, intervista)

“Questo è l’unico modo di farsi sentire in questo paese. Se avessimo manifestato solo con dei poster, le nostre richieste non sarebbero state notate”.

Ma, mentre il movimento si allarga, alle performance partecipano sempre più altre tipologie di corpi.

Oksana Šačko, l’artista del gruppo è stata la persona che nel suo atelier si occupava della parte creativa delle performance e dell’immagine pubblica delle Femen, realizzando i materiali, le maschere e i travestimenti da indossare.

Le Femen (che si definiscono “sextremist”) lottano contro il patriarcato, sistema molto radicato nel loro paese, di cui denunciano l’intreccio con le dittature, l’industria del sesso e la religione. Ad un femminismo teorico dichiarano di preferire un femminismo capace di coinvolgere in modo semplice e diretto le donne comuni. Totalmente indipendenti grazie al supporto di fan e sostenitori in tutto il mondo e alla vendita di gadget con il loro logo, in negozi e online, si dichiaravano nel 2013 “l’unico progetto in Ucraina capace di autofinanziarsi”.

Il simbolo del movimento è la lettera dell’alfabeto cirillico Ф (FI), iniziale di Femen, che si presta a simboleggiare il seno usato dalle ragazze come arma di denuncia e protesta. I due cerchi sono colorati di blu e giallo, i colori della bandiera ucraina.

Le ragazze portano sui capelli una corona di fiori colorati, spesso legati da lunghi nastri colorati.

Sensibili alle tematiche animaliste, nel 2009 hanno protestato contro il direttore dello zoo di Kiev, colpevole secondo loro di far morire gli animali (era appena morto un elefante risultato avvelenato dall’autopsia), per poter dichiarare bancarotta e poi trovare il modo di guadagnarci.

Negli anni tra il 2009 e il 2013 hanno manifestato attivamente e coraggiosamente contro il governo corrotto e violento del presidente ucraino Janukovyč, contro il presidente bielorusso Lukašenko e contro Putin, più volte definiti apertamente dittatori e accusati di vari crimini.

Nella performance “Morte ai parassiti”, armate di bidoni falsamente pieni di antiparassitario, accusano il governo ucraino (ma anche l’opposizione) di sfruttare la povertà di studenti, pensionati e disoccupati pagandoli perché partecipassero alle manifestazioni, inquinando così la democrazia e denunciando la deriva autocratica.

In seguito protestano contro la mancanza di donne nel governo di Janukovyč   (anche se la loro richiesta della presenza femminile non è acritica, anche Yulia Tymošenko è bersaglio delle loro critiche in diverse manifestazioni) e contro la mancanza di prospettive in una Ucraina impoverita dopo 20 anni di indipendenza dal potere sovietico, con significative disparità nella distribuzione della ricchezza, in cui non c’era possibilità di libera espressione, per paura delle conseguenze.

Le Femen in varie interviste dell’epoca denunciavano il fatto che in Ucraina la maggioranza delle persone fosse “apolitica e apatica”, desiderosa di tornare a quando c’era l’Unione sovietica, non per desiderio di tornare sotto un impero o nostalgia del comunismo, ma solo per poter riavere un po’ di sicurezza e chi provvedesse a loro e decidesse per loro.

“Nella Russia sovietica, tutti in Ucraina avevano cibo e un tetto sulla testa, e la libertà, le elezioni, la democrazia erano dei beni non necessari. L’URSS e il regime repressivo di Stalin avevano insegnato loro che chi ragionava in modo diverso sarebbe stato punito. Così il loro obiettivo era solo andare avanti a testa china pur di vivere in pace. Putin ha avuto una grossa influenza sulla Ucraina contemporanea. La ricatta con il gas. Il governo ucraino si attiene alla linea russa, economicamente e politicamente, accettando il modo in cui la Russia li controlla e li influenza. Il nostro maggiore timore è che l’Ucraina si trasformi in una nuova Bielorussia” (Oksana Šačko, intervista in Je suis Femen).

Il 19 dicembre 2011 effettuano a Minsk, in Bielorussia, una delle perfomance più coraggiose.

“Sono preoccupata di quello che succederà quando protesteremo a Minsk. Stiamo viaggiando verso una dittatura che dove le persone spariscono o sono rapite in pieno giorno, i giornalisti sono costretti a lunghi processi solo per aver osato criticare il presidente Lukašenko. Spero che vada tutto bene, ma per la prima volta ho paura” (Oksana Šačko, intervista in Je suis Femen).

Battere le mani in Bielorussia è considerato un gesto di protesta, non di approvazione, per questo sotto il regime corrotto e violento di Lukašenko porta chi lo compie a subire arresti, deportazioni, ricatti, torture, se non la morte. Le ragazze performano, mentre alcune persone applaudono.

Appena iniziata la performance tutti vengono immediatamente catturati. Delle Femen si perde traccia per due giorni (tanto che ne viene denunciata la scomparsa).

Dopo due giorni, vengono rilasciate al confine tra Bielorussia e Ucraina e raccontano sconvolte alla stampa la loro terribile esperienza:

“Queste sono le persone che fanno il lavoro sporco del KGB, che ripuliscono la popolazione. Uccidono la gente, e la intimidiscono. Abbiamo incontrato questa brigata. Siamo state faccia a faccia con gli angeli della morte di Lukašenko. Sette uomini ci hanno buttato su un autobus, ci hanno tolto tutto quello che avevamo, i documenti di identità, i cellulari, tutto, senza mostrare la loro identità né comunicare dove eravamo dirette e perché. Hanno iniziato a interrogarci, un interrogatorio violento e brutale. Ci hanno chiesto chi ci aveva mandato e chi ci pagava, di chi era stata l’idea di dipingere la faccia di Lukašenko sulla schiena di Saša, chi ci aveva detto di usarla. Quindi ci hanno portato in una foresta, ci hanno fatto uscire. Avevano i volti coperti. Ci hanno tolto le manette, i cappelli e ci hanno portato ancora più dentro la foresta. Lì hanno iniziato davvero a schernirci. Ci hanno picchiato e spinto, ci hanno costrette a svestirci e a portare dei cartelli con delle svastiche sopra. Ci hanno gettato della vernice verde addosso. Mi hanno costretta a piegare la testa – racconta Inna – e mi hanno tagliato i capelli, con un coltello. Mi hanno quindi afferrato dal ciuffo di capelli rimasto, torto la testa e mi hanno detto di non tornare più in Bielorussia. Gli altri hanno filmato tutto con due telecamere. Poi ci hanno ordinato di vestirci, poi di svestirci di nuovo, e ci hanno versato addosso benzina olio per macchine, e ci hanno gettato addosso delle piume”, armeggiando con dei fiammiferi per far credere loro di volerle bruciare vive. (in Je suis Femen)

Meno di due mesi dopo, il 2 febbraio 2012, non si arrendono, e si recano a Zurigo per protestare davanti all’International Ice Hockey Federation contro la scelta di tenere l’International Ice Hockey World Championship nel 2014 in Bieolorussia (Don’t support dictatorship!, sono gli slogan, Slaves can not play hockey! Don’t support Lukashenko!). 

Le ragazze sono sempre più nel mirino della polizia, che le controlla, le segue, cercando di intimidirle, impaurirle e farle smettere. Ma loro non mollano. “Siamo nel giusto, usiamo metodi pacifici”. Usano metodi radicali, provocatori, ma sempre sul bordo della legalità, senza mai infrangere la legge. 

Spesso il movimento ha protestato contro Putin. La manifestazione fatta durante le elezioni, all’aeroporto di Mosca, con gli slogan: Sto rubando per Putin! Putin è un ladro! costerà a Oksana due settimane di carcere a Mosca.

Oksana racconterà che la FSB (i servizi segreti russi, ex KGB) cercheranno di forzarla a rinnegare le sue idee e il movimento Femen. Durante l’incarcerazione le sarà impedito di contattare telefonicamente sua madre o chiunque. Una volta scarcerata, è stata bandita dalla Russia a vita. Rientrata a Kyïv, trova la casa a soqquadro, un furto con scasso simulato secondo lei per metterle microspie in casa. 

Ma le ragazze continuano a non demordere. Nel 2012 organizzano diverse proteste contro i campionati di calcio Euro 2012, troppo oneroso per un paese povero come l’Ucraina, che, denunciano, si è dedicato ad ampliare l’offerta di bordelli e ha svuotato i dormitori degli studenti universitari per trasformarli in ostelli per i tifosi europei. Per la performance di Kyïv costruiscono un enorme fallo, che una di loro indossa a seno nudo su un prato sul pupazzetto che pubblicizza i campionati, mentre un’altra scrive sul prato Fuck Euro.

Il gruppo realizza molte altre dimostrazioni a Kyïv, sempre contro Euro 2012.

Questa protesta portano all’arresto di Oksana, che viene anche messa in una cella di vetro per due ore, per darle la sensazione di soffocare, come lei stessa denuncia. La ragazza indomita fa uno sciopero della fame per 3 giorni, e viene rilasciata dopo altri due giorni. Questa protesta porta al gruppo diverse multe e incriminazioni. 

Il 17 agosto 2012 le Pussy Riots, un gruppo punk rock di ragazze russe, vengono condannate a due anni di carcere per aver cantato nella Cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca “Madre di Dio, liberaci da Putin!”. Con le Pussy Riots le Femen condividono la denuncia degli stretti legami tra la Chiesa ortodossa russa e il dittatore Putin.

Pussy Riots

Quello stesso giorno le Femen faranno una performance molto forte. La preparano consapevoli delle conseguenze pesanti che avranno, del fatto che perderanno sostenitori e che Inna, la protagonista, andrà in prigione, ma “noi sappiamo cosa facciamo”, dichiarano nel documentario Je suis Femen. Con una motosega tagliano alla base una croce in pieno centro,  monumento dedicato alle vittime dello stalinismo.

Poco dopo i servizi segreti russi insieme a quelli ucraini, e al ministro degli interni ucraino le rapiscono, picchiano e arrestano, per fermare le loro probabili proteste contro l’imminente visita del Patriarca Kirill e di Putin in Ucraina. Hanna Hucol e Victor Vyatsky sono pesantemente malmenati. Oksana si frattura entrambe le braccia in un tentativo di fuga. Quando i servizi mettono nel loro ufficio bombe e armi, e la polizia dopo un raid le accusa di terrorismo, le ragazze, consapevoli di rischiare una condanna di minimo 10 anni di prigione, decidono di partire nel giro di due ore e di lasciare definitivamente l’Ucraina e di chiedere asilo politico in Francia.

Avevano già aperto a Parigi un centro Femen, di cui Inna diventa la leader, con l’ambizione di diffondere il movimento in tutto il mondo. Anche Saša, Hanna e Oksana si trasferiranno a Parigi continuando il loro attivismo. Oksana, probabilmente la più sensibile e radicale, si allontanerà dal gruppo, considerando il percorso concluso e il movimento quasi trasformatosi in una moda superficiale a favore della stampa e dell’esibizionismo, per lei che l’aveva vissuta in modo radicale e politico, quasi deprimente, come dichiara in alcune interviste.

Oksana si dedicherà alla sua attività artistica, portando la sua lotta nell’arte e focalizzandola verso la religione, da sempre vista dalle Femen come strumento di controllo, manipolazione e corruzione. Estremamente religiosa da bambina (tanto che avrebbe voluto entrare in convento e si è formata artisticamente dipingendo icone sacre), nei suoi ultimi anni realizzerà una serie di icone religiose ortodosse, profondamente iconoclaste. Oksana viene trovata morta suicida il 23 luglio 2018, lasciando un biglietto con su scritto: “You’re all fake” (Siete tutti falsi). Qui un bell’articolo che la ricorda, qui una intervista in cui racconta moltissimo della sua vita e del suo pensiero.

Inna invece continuerà la sua attività di lotta, animando il gruppo Femen France, scrivendo sulla rivista Charlie Hebdo e facendo diverse performance coraggiose con altre attiviste di origine araba denunciando le responsabilità della religione (islamica e non) nel mantenere le donne sottomesse (la Topless Jihad avviata nel 2013, campagna mondiale per sostenere Amina Sboui, una giovane tunisina minacciata e arrestata in Tunisia per aver espresso il suo sostegno alle Femen) che le costerà diverse minacce di morte e un attentato terroristico a Copenhagen (nel 2015, durante una conferenza sulla libertà di espressione, a cui scamperà per pura fortuna), e contro il sistema della moda, orientato a indebolire il potenziale delle donne proponendo modelli di bellezza irraggiungibili e perversi (“moda dittatrice” e “modella non andare al bordello” gli slogan scritti sul corpo).

Le Femen hanno manifestato spessissimo contro Putin in questi anni, cercando di risvegliare l’opinione pubblica denunciando lo stato di dittatura e repressione della sua politica, che ha colpito e colpisce in primo luogo il suo popolo, in seconda istanza i popoli a lui vicini, quando governati da politici corrotti e violenti come lui (Janukovyč e Lukašenko, ma ricordiamo anche il nostro Berlusconi).

In questi giorni il gruppo delle Femen a Parigi, animato da Inna Ševčenko, ha nuovamente manifestato contro Putin e la guerra in corso. Qui si può leggere una intervista in merito ad Hanna Hucol, che solidarizza con il suo popolo ma manifesta una certa impotenza per mancanza di risorse, oltre ad impossibilità di allontanarsi dalla Francia che ha concesso loro asilo politico. La volontà delle Femen negli anni scorsi di smuovere le coscienze attraverso il loro attivismo in prima linea ha contribuito in modo importante a rendere il popolo ucraino consapevole delle ingiustizie, della corruzione e della repressione in cui era immerso, e desideroso di libertà. Inna Ševčenko (diventata mamma pochi mesi fa) su Twitter, Instagram e in alcune interviste ha un atteggiamento maggiormente interventista, denunciando in modo appassionato l’atteggiamento occidentale verso l’aggressione dell’Ucraina da parte di Putin. Qui la sua ultima intervista rilasciata il 2 marzo 2022 a Micromega sulla guerra in Ucraina, in cui sprona il popolo russo a manifestare in massa contro Putin.

Le Femen ci hanno mostrato come i corpi nudi possano essere usati coraggiosamente come potenti armi non violente. Un messaggio importante da valorizzare oggi.

“My body is my only weapon”

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